Discussione sulla legalizzazione delle droghe illegali

Questa pagina contiene la discussione integrale (con le relative mozioni, O.d.G, emendamenti, e votazioni) effettuata il 19 dicembre 1996 nel Consiglio Comunale di Genova sul tema della legalizzazione delle droghe e politica di riduzione del danno. Si è giunti a tale discussione un paio di mesi dopo la presentazione da parte di Roberto Quaglia, per la Lista Pannella, di una mozione a riguardo, alla quale si sono successivamente aggiunte mozioni del P.D.S., della L.N.I.P. e del P.P.I.


Introduzione
di Roberto Quaglia

Ho messo questa pagina su Internet di mia iniziativa, come ho fatto anche per altre discussioni avvenute nel Consiglio Comunale di Genova, per fornire un concreto esempio della trasparenza possibile che ogni organismo amministrativo pubblico dovrebbe garantire, dato che oggi Internet ne fornisce il mezzo. Già il 22 Luglio 1996 è stata discussa, in Consiglio Comunale a Genova, una mia prima mozione intesa ad impegnare il Comune di Genova, fra l'altro, ad effettuare e garantire questo servizio di trasparenza, mettendo sul WWW la trascrizione di tutte le sedute consiliari. A Febbraio '96 è stata discussa, in Consiglio Comunale a Genova, una mia seconda mozione sullo stesso tema, dato che la prima non era bastata smuovere le strane inerzie esistenti.
Inerzie che hanno resistito benissimo anche alla seconda discussione, così che ora se ne dovrà discutere a riguardo una terza volta, quest'estate.
Attendiamo quindi fiduciosi che questo necessario passo verso la vera e completa trasparenza degli atti amministrativi si compia, e che al più presto il Comune di Genova si metta in grado di fornire in modo sistematico ai cittadini quel servizio di trasparenza sulle attività consiliari comunali che sinora, con questa pagina (e altre simili), a mo' di esempio, solo io ho provveduto a fare.

Roberto Quaglia


Ecco un sommario dei documenti contenuti in questa pagina:



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Introduzione all'argomento del Presidente del Consiglio Chiara Formentini (L.N.I.P.)



CDLXXXVI

  • MOZIONE GRUPPO LISTA PANNELLA IN MERITO AD INIZIATIVE PER LA LEGALIZZAZIONE DELLE DROGHE.
  • MOZIONE DEL GRUPPO L.N.I.P. IN MERITO AL PROBLEMA DELLA LEGALIZZAZIONE DELLE DROGHE.
  • MOZIONE DEL GRUPPO P.P.I. IN MERITO AD INTERVENTI E STRATEGIE IN MATERIA DI TOSSICODIPENDENZE.

Il Presidente propone che, data l'analogia dell'argomento trattato, le iniziative consiliari di cui all'oggetto, aventi rispettivamente i nn. 1215, 1265, 1280, i cui testi sono di seguito riportati, vengano trattate congiuntamente. Il Consiglio approva.

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Mozione Lista Pannella


Ill.mo Sindaco
del Comune di Genova

MOZIONE
sulla necessità e urgenza di incardinare politiche cittadine di normalizzazione in tema di droghe e di tossicodipendenze.

PREMESSO CHE:

  • Il numero dei consumatori abituali di eroina nel Comune di Genova è stimato dal servizio per le tossicodipendenze della USL 3 Genovese in oltre 7000;
  • il numero di consumatori abituali o occasionali di "droghe leggere" (cannabis e derivati) non è stimato ufficialmente, ma si valuta comunque nell'ordine delle decine di migliaia di persone (per la gran parte pienamente e enormemente "inserite");
  • l'elevato numero delle morti per overdose da eroina testimonia da un lato delll'inadeguatezza di politiche sanitarie che limitano l'offerta terapeutica ai trattamenti cosiddetti riabilitativi, e dall'altro dell'estrema e pericolosa instabilità del mercato clandestino delle droghe illegali, che sempre e dovunque rappresenta il primo, più grave e rilevante fattore di rischio per i consumatori di eroina;
  • le aree della città in cui più convergono ed acquistano evidenza i molteplici problemi (sociali, sanitari e di ordine pubblico) connessi al fenomeno delle dipendenze e dei consumi di sostanze illegali non definiscono una "mappa dell'emergenza", ma se così si può dire rappresentano la "fotografia di una normalità" che non è in alcun modo possibile riassorbire, e che coinvolge direttamente e per certo verso profondamente (nelle culture, abitudini e stili di vita) decine di migliaia di persone;
  • l'elastico impazzito fra repressione e tolleranza che ha contraddistinto le politiche dell'ordine pubblico a Genova soprattutto sul problema del centro storico, merita una valutazione realistica e severa, se oltre a rivelarsi inefficace ed a limitarsi a rimescolare il mercato delle droghe illegali, ha finito per diventare un problema fra i problemi che avrebbe dovuto contribuire a risolvere;
  • le politiche sociali, sanitarie, criminali dell'ordine pubblico, anche nel nostro paese sono condizionate e talora pregiudicate da legislazioni proibizioniste che alcune città europee hanno però iniziato coraggiosamente a "denunciare" attraverso la sperimentazione di strategie alternative;
  • la sperimentazione intrapresa sul piano internazionale, che comunemente viene definita con il termine "politiche di riduzione del danno", è consistita essenzialmente:
    • a) nella parziale sostituzione dell'offerta del mercato illegale con forme di vendita o di somministrazione legale delle droghe proibite, mediante l'utilizzo dei più svariati strumenti giuridici: dalla sospensione dell'applicazione della normativa proibizionista con il ricorso alla clausola della "non obbligatorietà dell'azione penale", come avviene in Olanda; alla deroga rispetto alla legislazione sanitaria, con il ricorso a protocolli validati internazionalmente, di sperimentazione scientifica, come avviene in Svizzera; all'inserimento nella Farmacopea ufficiale di sostanze inserite negli elenchi delle Convenzioni Internazionali in materia di stupefacenti, come avviene in Gran Bretagna;
    • b) nell'istituzione di aree di relativa e controllata extraterritorialità (intese soprattutto come "aree di servizio" per consumatori di droghe), peraltro di diversissima natura e finalità: dai coffee-shop olandesi alle "Fixerstube" tedesche, centri a bassa soglia in cui alla possibilità per i tossicodipendenti da oppiacei di consumare "liberamente" droga senza rischiare l'intervento delle forze di polizia, si affianca l'offerta di servizi sociali e sanitari da parte delle istituzioni pubbliche;
  • i risultati di queste politiche hanno complessivamente concorso a ripristinare migliori condizioni di sicurezza nelle città ed un migliore livello di assistenza dei cittadini tossicodipendenti, e ad orientare i consumi di droghe e più in generale gli stili di vita dei consumatori verso forme socialmente più sostenibili o, comunque, meno dirompenti;
  • il Comune di Torino ha approvato nella seduta del 10 settembre 1996 un o.d.g. analogo nei contenuti a questa mozione.

SI RITIENE CHE

  • per affrontare i problemi delle aree a rischio "per droga e criminalità che caratterizzano, oltre a Genova, tutte le grandi città italiane, sarebbe opportuno che la legislazione nazionale consentisse di sperimentare processi di "normalizzazione" di cui l'esperienza internazionale attesta la validità e, per altro verso, le ricorrenti emergenze dimostrano l'assoluta urgenza;
  • anche sui temi posti in premessa la strada su cui occorre che l'Amministrazione si muova sia quella della "denuncia" dei pericoli di una legislazione sulla droga, come quella italiana, che rappresenta sempre più un limite e non una risorsa, un alibi per gli immobilismi ed un freno per le buone volontà; a tale denuncia deve seguire la richiesta al Governo e al Parlamento di riformare al più presto le norme che impediscono forme di sperimentazione sociale, politica e sanitaria che altri Paesi europei stanno attuando con ottimi risultati;
  • sia urgente lavorare al più presto (anche laddove i vincoli della legislazione lo imponessero, a titolo di semplice prefigurazione) ad un progetto sulla città e le droghe che consenta a Genova di proporsi - con il concorso delle competenze, dei saperi e delle esperienze che la città offre - come laboratorio dell'innovazione e della riforma anche sui temi delle politiche delle droghe.

SI IMPEGNA IL SINDACO e la GIUNTA

  • a rappresentare al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Sanità, al Ministro della Famiglia e Solidarietà sociale, al Presidente della Camera, al Presidente del Senato ed ai Presidenti delle Commissioni Igiene e Sanità, Giustizia e Affari Sociali dei due rami del Parlamento l'interesse del Consiglio Comunale a che:
    • 1. si discutano al più presto le diverse proposte di legge, parlamentari e di iniziativa popolare che richiedono la legalizzazione dei derivati della cannabis e dell'uso terapeutico degli oppiacei;
    • 2. sia convertito al più presto in legge il decreto di riforma del Testo Unico sulle tossicodipendenze, giunto alla ventesima reiterazione, in una versione che recepisca le proposte di concrete politiche integrate di "riduzione del danno", che prevedano anche sperimentazioni di somministrazione controllata di oppiacei;
    • 3. sia posto al centro della Seconda Conferenza Nazionale sulla Droga il tema della "riduzione del danno", senza pregiudizi ideologici e con l'acquisizione di tutte le esperienze scientifiche in atto in altri paesi europei;
  • a ricercare un rapporto di collaborazione con i funzionari competenti degli altri comuni - a partire da quelli di Torino e di Venezia - inteso a condividere le conoscenze in materia e ad approntare strategie comuni nello spirito della politica di riduzione del danno;
  • a promuovere la costituzione di una Consulta dei Sindaci e delle Amministrazioni Locali che intendono richiedere al governo le opportune autorizzazioni per l'avvio dei primi progetti-pilota per la somministrazione controllata di eroina e di altri farmaci stupefacenti ad un numero limitato di cittadini tossicodipendenti a questo fine registrati;
  • a predisporre su questi temi l'organizzazione di una Conferenza Nazionale - da tenersi a Genova entro maggio 1997 - alla presenza del Governo e dei rappresentanti delle città europee che, nel quadro della politica sanitaria e sociale di riduzione del danno, hanno da tempo attivato specifici progetti di somministrazione controllata di sostanze stupefacenti;
  • ad inviare il presente ordine del giorno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Ministero della Sanità, al Ministero della Famiglia e della Solidarietà sociale, alle Presidenze di Camera e Senato, alle Presidente delle Commissioni Igiene e Sanità, Affari Sociali e Giustizia di Camera e Senato, alle Presidenze dei Gruppi parlamentari di Camera e Senato.

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Mozione Lega Nord (stesura definitiva)


Al Signor Sindaco
Comune di Genova

Prot. n. 461

Genova, 18 Novembre 1996
MOZIONE

PREMESSO

  • CHE la "RISOLUZIONE DEL CARTELLO DI STOCCOLMA", il cui testo è allegato alla presente mozione, è un'iniziativa delle città europee per consentire alle municipalità, che per vari motivi non possono partecipare alla prossima "CONFERENZA per le città contro la legalizzazione della Droghe", di sostenere comunque il suo lavoro;
  • CHE la conferenza ha come scopo l'aumento della cooperazione tra le città per fornire ispirazione e speranza alle aree affette da problemi particolarmente gravi di droga;
  • CHE la sottoscrizione della allegata Risoluzione, da parte della comunità locale, ha lo scopo di confermare la decisione da parte della stessa di combattere contro la diffusione della droga;
  • CHE a tutt'oggi molte città, tra cui diverse capitali europee, hanno siglato tale risoluzione;

RILEVATO CHE al contrario il Consiglio Comunale di Torino si è recentemente espresso attraverso una propria mozione, in difformità a tale risoluzione e favorevolmente invece per un intervento del Governo e del Parlamento perchè varino una riforma legislativa che consenta di arrivare alla legalizzazione delle droghe leggere e a sperimentare la somministrazione controllata di oppiacei;

RITENUTO:

  • CHE l'invito fatto dal CONSIGLIO COMUNALE DI TORINO ALLE ISTITUZIONI PER CERCARE DI DEBELLARE LA TREMENDA PIAGA DELL'USO DELLA DROGA CHE COLPISCE NUMEROSI GIOVANI DELLA NOSTRA NAZIONE, SIA COMPLETAMENTE ERRATO in quanto legalizzare le droghe, anche se leggere, è un chiaro segno di impotenza della società nei confronti delle stesse e che ci si è pertanto rassegnati ad accettare l'abuso di droga;
  • CHE sono stati fallimentari i tentativi fatti in tal senso;
  • CHE legalizzare le sostanze stupefacenti è porre a carico di quella parte di società, immune da tale vizio, un gravissimo rischio e dovere, per nulla a vantaggio in termini di diminuzione del fenomeno e di recupero dall'altra parte ma, semmai, a vantaggio di quest'ultima come maggiore e più facile reperibilità delle sostanze ed a prezzi più economici;

TUTTO CIO' PREMESSO

Il Consiglio Comunale di Genova aderisce all'iniziativa della Conferenza per le città CONTRO LA LEGALIZZAZIONE DELLE DROGHE, approvando la risoluzione allegata alla presente. Al contrario DISAPPROVA E CONDANNA LA MOZIONE DEL CONSIGLIO COMUNALE DI TORINO.

INOLTRE IMPEGNA IL SINDACO E LA CITTA'

a farsi promotore presso il Governo italiano per una intensificazione nella qualità e quantità degli sforzi mirati alla prevenzione degli stupefacenti, attraverso le Associazioni e le "COMUNITA' TERAPEUTICHE" che agiscono in tale campo, dando la priorità a quelle che condividono questa impostazione.

IL CONSIGLIERE COMUNALE
Renato Penco

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Intervento di Roberto Quaglia (Lista Pannella)


Avremmo voluto che il Sindaco fosse presente a questa discussione così importante per la città, considerato che Genova ha il problema più grave, in Italia, riguardo a questo argomento, tuttavia proprio per la gravità del problema siamo costretti a insistere sul fatto che venga discusso adesso, visto che peraltro in tutta Italia, in questo momento, stanno venendo discusse queste tematiche da analoghi comuni.
L'argomento di cui discutiamo oggi è vastissimo, assolutamente incontenibile nella nostra breve discussione che andremo a fare. Per questo, sarà decisamente opportuno che il sindaco e la giunta si assumano l'impegno, così come richiesto in uno dei punti della nostra mozione, di organizzare nella nostra città nei prossimi mesi una Conferenza Nazionale sui temi della riduzione del danno, alla quale siano chiamati a contribuire i rappresentanti delle città europee che abbiano maturato esperienze a riguardo.
Detto questo, entriamo nel tema, con una panoramica generale.
Osservando negli anni e nei paesi evoluti il mutare delle impostazioni in merito al problema della diffusione di droghe illegali, notiamo un progressivo sgretolamento della posizione proibizionista. Nell'approccio al problema, grave, gravissimo, tragico, della diffusione delle tossicodipendenze, l'approccio proibizionista si fonda sull'infantile preconcetto che si possa eliminare una cosa che non ci piaccia con la bacchetta magica, per solenne decreto. Il modo di una bambino di risolvere il problema di qualcosa di mostruoso che gli appaia alla sua vista, è di chiudere gli occhi. Un sol gesto, e il problema magicamente scompare. Fino a quando non si sia costretti a riaprire gli occhi. Di fronte a certi problemi l'umanità è spesso un bambino isterico, pronto, prontissimo a chiudere gli occhi al cospetto di ciò che non piaccia, al prezzo di dover poi ritrovarsi lo stesso temuto mostro ingigantito, quando necessità impone di riaprire fugacemente gli occhi. Oggi, questo succede con l'uso che taluni fanno di certe sostanze vegetali o chimiche. Si tratta di sostanze variabilmente tossiche, che assunte in modalità erronea nuociono alla salute. Altre sostanze analoghe, di similare tossicità e comparabili effetti, sono tuttavia dispensate da proibizione, regolamentate nell'uso e nel commercio. Nei secoli e nei vari luoghi del mondo, altre sostanze e alimenti vennero e vengono banditi per motivi che oggi a noi paiono sciocchi o infondati. Il caffè era ad esempio vietato, in certi paesi d'Europa, mentre contemporaneamente si consentiva l'uso e il commercio di coca. L'oppio fu lecito negli Stati Uniti, non molto tempo prima che proprio lì si vietasse l'alcol. Pare propio che l'umanità non possa fare a meno di trasferire su certe sostanze o alimenti il male e la colpa che evidentemente risiedono decisamente altrove, ovvero, in misura variabile, dentro di noi. E cosa dire del fatto che l'eroina nacque e fu messa sul mercato intorno all'inizio del XX secolo, secondo uno studio del sociologo Blumir, niente di meno ad opera della casa farmaceutica Bayer, la stessa che ancora oggi si prende cura di noi fornendoci l'aspirina, nonchè insetticidi vari? Si chiama infatti "eroina" perchè essa venne commercializzata, in farmacia, quale "eroina dei farmaci", da prescriversi a iosa per eliminare qualsiasi sintomo. Funzionava... Sfortunatamente, la Bayer si sarebbe dimenticata di includere sul foglietto delle modalità d'uso le controindicazioni del prodotto.
Ma lo sfacelo dell'agonia moderna che flaggella sempre di più i nostri giovani nelle nostre strade, non è causata dalla sostanza in sé. L'eroina, chimicamente, è pressochè identica a quella molecola, l'endorfina, che la nostra ipofisi dentro il nostro cervello produce per mantenere in equilibrio la soglia del dolore e per dispensarci piacere quando ce lo meritiamo. Il disastro è causato dal tipo di uso che dell'eroina si fa, per il fatto che non lo si consideri il farmaco che è. L'eroinomane moderno, quando si fa un buco, si inietta, in genere, un miscuglio di porcherie costituite in genere solo per il 5%, o anche di meno, della sostanza di cui noi stiamo parlando, l'eroina. La variabilità di questa percentuale, come qualsiasi esperto conferma, trasforma ogni buco in una roulette russa che talvolta uccide e, nel lungo periodo, non lascia pressochè scampo.
Faccio un'esempio, che sembrerà fuorviante, ma ritengo che non lo sia: immaginiamo che un medico ci prescriva, per un esaurimento nervoso, di assumere cinque pastiglie di tranquillanti al giorno, diciamo cinque pastiglie di "Tawor", un prodotto che parecchi fra i presenti probabilmente conosceranno ...... (interruzioni) ..... Immaginiamo però, che queste pastiglie di Tawor ci vengano ogni giorno servite tutte insieme in un grande pentolone, tutto pieno di centinaia di altre pastiglie indistinguibili dalla nostra, e che noi le si debba sempre inghiottire tutte per assicurarci la nostra razione di Tawor. Di solito, la maggior parte delle pastiglie intruse è neutra e non troppo nociva. ...... (interruzioni) ..... Con l'indulgenza della Presidenza rallenterò il ritmo della mia eloquenza, riservandomi di usare il tempo che mi mancasse traendolo dalla mia dichiarazione di voto successiva.
Di solito, la maggior parte delle pastiglie intruse è neutra e non troppo nociva. Porcherie, insomma, ma non letali. Ogni tanto, però, ce ne scappa una o due di stricnina o di altri veleni. Quasi mai, inoltre, ci sono esattamente cinque pastiglie di Tawor, nella nostra razione. Una volta ce ne sono tre o quattro, un'altra volta ce ne sono una o due, un'altra volta ancora ce ne sono 12.. diciamo... e quella volta ci cucchiamo dodici pastiglie di Tawor in una botta!... talvolta poi non ce n'è neppure una. E una volta o l'altra, prima o poi, fatalmente, nella nostra pentola ci sono d'un tratto cinquanta pillole di Tawor! E noi, abituati ad una media di cinque, questa volta ci lasciamo le penne. Ebbene, questo è il modo in cui oggi l'eroina viene assunta. Anziché il pentolone, si usa la siringa, e il disastro della variabilità della dose diventa così ancora più letale. Assunto a questo modo, il Tawor produrrebbe tante vittime quanto ne produce l'eroina oggi. Se poi esso avesse anche i prezzi dell'eroina, i consumatori di Tawor sarebbero in gran parte quei criminali nei quali oggi siamo riusciti a trasformare gli eroinomani.
Perché, miei signori, gli eroinomani non gli abbiamo forse inventati noi, ma i criminali, sì. Coloro che a dispetto della nostra deplorazione, cadono nella trappola dell'eroina - perché l'eroina, come già fu la morfina fin dal secolo scorso, è una trappola dalla quale non si scappa facilmente - di criminale non hanno proprio nulla, in principio. Vengono costretti al crimine dalle modalità in cui sono costretti a procurarsi la sostanza di cui non sanno più fare a meno.
L'antiproibizionismo nasce dalla adulta presa di coscienza circa il fatto che il problema del consumo delle droghe ESISTE, e che con tutta probabilità continuerà ad esistere anche in futuro, ragion per cui vanno prese tutte le misure legislative necessarie affinché tale consumo possa essere regolamentato di modo da ridurne al minimo il danno procurato.
Coloro che avversano quest'idea, così ovvia a chi comprende i reali termini del problema droga, si dividono prevalentemente in due categorie: quelli che non hanno capito un accidenti della faccenda, e della propria conseguente indecisione si fanno poco pregevole vanto, e coloro che pur comprendendo la validità dell'idea, la negano in tutto o in parte per purissime ragioni di loro convenienza politica. Ed entrambe queste categorie ricorrono in modo direi sistematico, quasi sempre, e ripeto quasi sempre, alle ignobili armi della mistificazione, per pretendere di non perdere una ragione che non hanno mai avuto, o per gli altri vantaggi che così facendo contano di estorcere alla realtà. Essi mistificano deliberatamente le nostre parole, sostenendo che noi si voglia "LIBERALIZZARE" l'use delle droghe illegali. Menzogna! Noi se ne vuole legalizzare l'uso. LE-GA-LIZ-ZA-RE. La parola "liberalizzazione" non l'abbiamo mai pronunciata. Eppure appare sempre su tutti i giornali. E' un parto della loro malafede o incompetenza. Non possiamo volere liberalizzare le droghe illegali, perché esse - non so se ve ne siete accorti - sono già libere! Se ne può comprare di qualsiasi tipo a qualsiasi ora del giorno e della notte! Chiunque le cerchi, le trova quando vuole! Le droghe illegali sono già libere! Alle cinque di notte, se me ne viene voglia, io non posso comprarmi una bustina di zafferano, ma di eroina sì! Il mercato nero è aperto 24 ore su 24! L'eroina è più reperibile dello zafferano! Le droghe illegali sono sempre a portata d'acquisto di chiunque le cerchi, e lo stato si limita a mimare il gesto di proibirle, per placare le coscienza di chi si accontenti di un atteggiamento così.
Se una sola persona in quest'aula, nella discussione che seguirà, ritenesse d'argomentare che non sia vero quanto ho appena sostenuto con l'enfasi che avrete notato, chiedo senz'altro che mi sia data l'opportunità di dimostrare inequivocabilmente la veridicità della mia asserzione, convocando un sopralluogo della Commissione Servizi Sociali nelle aree della città dove notoriamente avviene il libero spaccio di sostanza illegali, ove i comissari constateranno in prima persona quanto il commercio illegale di droghe sia attualmente completamente libero e florido. Se sarà il caso, i commissari, i quali avranno facoltà di camuffarsi da consumatori per una miglior riuscita del sopralluogo, potranno eventualmente tentare l'acquisto di sostanze illegali, al solo scopo di comprendere se e quanto sia semplice ottenerne, come io sostengo che sia. Quindi, per favore e per rispetto, che nessuno più dica o scriva che noi si voglia "liberalizzare" le droghe. Esse non ne hanno bisogno, perché sono fin troppo libere.
Noi vogliamo semplicemente che il loro uso, che la società si dimostra sempre più incapace di impedire attraverso la prevenzione - cioè nell'unico modo teoricamente praticabile, una strada da seguire anch'essa con tutte le forze - venga finalmente legalizzato, ovvero che venga compreso, come dev'essere, all'interno delle regole che disciplinano i comportamenti possibili degli esseri umani che fanno parte della nostra società civile. Ho detto "comportamenti possibili", non comportamenti "auspicabili". Quantunque non sia auspicabile, drogarsi è possibile. Succede. Molte decine di migliaia di giovani in Italia si iniettano eroina, decine di migliaia - sono stadi interi! - senza che nessuno riesca ad impedirlo. E nessuno, ahinoi e ahiloro, riuscirà mai a impedirlo semplicemente dicendo loro che è vietato farlo. Allora è semplicemente idiota che si continui a voler considerare fuorilegge un comportamento che, così facendo, non si riuscirà comunque a eliminare, ma del quale si amplificheranno invece in misura drammatica le conseguenze negative che conosciamo. Proibizionismo sull'eroina significa infatti microcriminalità endemica! Oltre metà della popolazione carceraria italiana è detenuta per reati connessi al commercio di eroina! Epidemia di AIDS! Se una seria politica di riduzione del danno fosse stata iniziata 15 anni fa, invece che ostinarsi nel delirio proibizionista i quali effetti sono sotto gli occhi di tutti, oggi avremmo migliaia di infetti da virus HIV in meno. Un'epidemia che dai tossicomani oggi si propaga per le vie sessuali al resto della popolazione. Un disastro, una strage silenziosa e strisciante, regalataci dall'ottusità e dalla malafede proibizionista, che solo gli ingenui ancora ringraziano e invocano. Non basta "vietare" una calamità perché essa scompaia. Le calamità, tutte le calamità, vanno fronteggiate con sapienza adulta, cercando innanzitutto di ridurre il danno. Non mi stupirei se un giorno la stupidità umana spingesse qualche legislatore a vietare addirittura la morte, nella convinzione che a tal modo diverremmo tutti immortali. La morte vietata per legge. Sciami di virtuosi manifestanti, della stessa qualità di coloro che oggi avversano le nostre riflessioni, che indignati sfilano protestando contro la morte, chiedendo a gran voce che essa sia messa al bando, fuorilegge, bandita, come si converrebbe che fosse in una società civile. E perché no? Non viola forse la morte i nostri diritti umani? E se non li viola la morte, cos'altro può farlo? Allora proibiamola! Rendiamo illegale la morte! Proibizionismo anche per la morte! Ma non siamo forse già su questa strada? Non è forse già vero che ad ogni minimo lutto o disastro in genere, si apre in società subito la caccia alle streghe per snidare il colpevole che per forza ci vuole? Non è a caso che ho usato l'espressione "caccia alle streghe". Fin dai primordi dell'Uomo, le ansie umane hanno evocato capri espiatori sui quali scagliarsi, nel rito tribale della demonizzazione e distruzione del primo simbolo del male a portata di mano. Al tempo del proibizionismo sul caffé, esso fu chiamato - e non per scherzo - "la bevanda del diavolo". E oggi, in questa nostra epoca sbruffona, assistiamo alla tragicomica demonizzazione di alcune piante e delle loro sostanze derivate, credendo che esse siano la causa del problema di cui oggi discutiamo. Le vietiamo così come - sono certo - ci piacerebbe vietare la morte. Arroganza e stupidità. Il problema rimane, e peggiora.
Sarebbe come se, dopo che un zelante legislatore avesse dichiarato la morte illegale, una legge vietasse di sepellire i morti, perché sepellendoli si riconoscerebbe il loro diritto di essere morti. Vi sembrano i miei argomenti troppo surreali per questo consesso? Di cattivo gusto perché menzionano i morti? Signori, ma noi siamo qui a discutere proprio del fatto che c'è gente che muore, che muore di eroina e di AIDS connesso, e che muore perché la legge vieta (almeno in teoria) loro di compiere azioni che potrebbero nuocere alla loro salute, senza però poterle impedire, così forzando le stesse a divenire letali! Senza una politica così ciecamente proibizionista, negli ultimi decenni migliaia di ragazzi e ragazze non sarebbero morti di overdose e di AIDS. E sulla pelle dei ragazzi e ragazzi eroinomani, la criminalità organizzata ha imbastito un commercio ogni anno più florido, che fattura migliaia e migliaia di miliardi. Il che pone un nuovo interrogativo inquietante: Tangentopoli ci ha illustrato come in Italia, per decenni, nulla si muovesse senza che tangente ci covasse. E noi possiamo davvero credere che in questo contesto, dove non si muove foglia che tangente non voglia, le migliaia di miliardi veicolati annualmente dal commercio all'ingrosso dell'eroina illegale sfilassero nella loro immensa appetibilità davanti agli occhi dei nostri ingordi partiti, senza che questi ultimi trovassero il modo di servirsene una fetta? Crediamo davvero che certi politici della prima repubblica, così abili a succhiare soldi da ogni transazione economica, fossero così scemi o così virtuosi da non toccare il boccone più succulento di tutti? Mai vorremmo che dietro l'ostinazione proibizionista, oltre ad una pura e semplice difficoltà a comprendere i termini del problema, si celasse, ben nascosto, anche il vergognoso interesse di lucrare e mungere dal più nero dei nostri mercati neri! Un sospetto che in verità è ben difficile da accantonare, non fosse altro perché da qualche parte quelle decine di migliaia di miliardi saranno ben finite e... non so voi, ma io credo che decine di migliaia di miliardi non si nascondano facilmente. Probabilmente, infatti, sono sotto gli occhi di tutti. Ben travestiti.
Ho sinora parlato prevalentemente dell'eroina. Una materia grave e complessa, che non si esaurisce nelle parole che ho detto. Un'intensa e costante attività di mutuo scambio di argomenti e opinioni fra persone e movimenti con differenti concezioni, è assolutamente necessaria. Per questo, lo ripeto, la giunta deve al più presto organizzare una grande Conferenza Nazionale, nella quale, con serenità, pazienza e intelligenza, si possano costruttivamente incontrare le persone che in Europa stanno lottando contro la piaga causata dall'uso che dell'eroina si fa.
Due parole vorrei anche spenderle sulla cannabis e i suoi derivati. Nella casistica medica, non è riportato alcun caso di decesso in seguito all'assunzione di marijuana o haschish. Tabacco e alcol, insieme, uccidono centinaia di migliaia di persone ogni anno in Italia. Altrettanti, se non di più, muoiono per un'overdose di colesterolo, o per aver respirato gas di scarico di automobili e fabbriche, o per aver viaggiato in autostrada. Chiunque consideri sensata la proibizione dei cannabinoli per questioni di salute, andrebbe internato per incapacità di intendere e di volere, a meno che contemporaneamente non esiga la proibizione di alcol, tabacco, patatine fritte, automobili, industrie e autostrade, e mille altre fonti di malesseri e morte, il che però lo renderebbe ancor meno sano di mente. L'altro argomento, che dagli spinelli si passerebbe alle droghe pesanti, è in piccolissima misura vero, per i due seguenti motivi: chi vende haschish, vende di solito anche eroina. E voi mandereste i vostri figli al bar a comprare una bottiglia di vino, se il barista cercasse ogni volta di rifilargli anche una bustina di eroina? Il secondo motivo che favorisce il transito dalle droghe leggere e quelle pesanti è l'associazione simbolica che le accomuna. Entrambe sono vietate. Entrambe sono trasgressive, quindi facile polpa da mito. Quando un ragazzo prova uno spinello, e nota che non gli fa più effetto di un bicchiere di vino, capisce che sulla faccenda della marijhuana gli hanno sempre raccontato un sacco di balle, e quindi, generalizzando, è portato a estendere questa considerazione anche alle droghe pesanti. Due cause, per il passaggio dai cannabinoli agli oppiacei, che scompariranno con la legalizzazione. Sono stimate in alcuni milioni le persone che in Italia hanno nella loro vita fumato spinelli. Milioni! Città intere. Sono tutti fuorilegge? Sino a pochi anni fa si poteva fare anche molta galera, per uno spinello. Se si rinchiudessero tutti coloro che fumano o hanno fumato spinelli, ci vorrebbero dieci volte i campi di concentramento di Hitler per contenerli tutti. Allora, cosa facciamo, li arrestiamo? Sono o non sono fuorilegge? Io dico che non lo sono. Vediamo se si esprimerà in tal senso questo Consiglio, e successivamente, il nostro parlamento.
Per fortuna il proibizionismo ha probabilmente i giorni contati, e si possono iniziare a riparare i danni. Dopo anni che sosteniamo queste tesi, inascoltati e oltraggiati, oggi in molti confluiscono sulle nostre posizioni. Non possiamo che dire: "Benvenuti. Siamo un po' in ritardo, eh? Beh, meglio tardi che mai. Certo che, se foste arrivati prima, saremmo forse più avanti nel nostro lavoro. Pazienza. Non si può avere tutto. Coraggio. Guardiamo al futuro." L'importante è procedere, e prendere delle decisioni, senza ancora procrastinare. Il fronte antiproibizionista è sempre più ampio, in Italia, come è naturale che sia, ed è ormai un movimento trasversale che non teme i dogmi di alcuna ideologia politica. In Italia... Massimo D'Alema, Walter Veltroni, Cesare Salvi, Luigi Manconi, Marcello Pera, Franco Corleone, Tiziana Maiolo, Giovanna Melandri, Gloria Buffo, Grazia Zuffa, Vittorio Sgarbi, sono alcuni dei parlamentari più noti che hanno mostrato di condividere la soluzione antiproibizionista.
La nostra città ha avuto l'occasione di porsi all'avanguardia, in Italia, per ciò che riguarda ad iniziative concrete nella direzione della riduzione del danno nelle tossicodipendenze. Nel programma elettrorale del sindaco erano infatti scritte, a chiare lettere, precise affermazioni a riguardo, anche in ragione delle quali egli ottenne l'appoggio del nostro movimento per la sua elezione. Dobbiamo tuttavia annotare che l'occasione di essera all'avanguardia, purtroppo, è in buona parte sfumata, anche se non è ancora svanita l'opportunità di tenere fede alle buone intenzioni. Il consigliere che mi ha preceduto su questa poltrona, Vittorio Pezzuto, diede le dimissioni quando il sindaco mostrò di non voler dare attuazione ad una politica di riduzione del danno nella misura in cui da noi richiesto. Ricordo bene le sue parole. Il sindaco sostenne la necessità, prima di intraprendere concreti atti in tal senso, di verificare la disponibilità ad agire nella stessa direzione da parte di altri comuni italiani, poiché un'azione concertata sarebbe stata più sensata. E' un argomento in sé valido. Al patto che allo stesso sia dato un seguito, però. Tuttavia, non ci è dato sapere se il Sindaco abbia effettivamente verificato in giro tale disponibilità, e con quali esiti. Ci è però dato di sapere che vari importanti Comuni italiani, recentemente, hanno ufficialmente espresso, con l'approvazione di ordini del giorno affini al nostro, non solo la disponibilità a prodedere nella direzione della riduzione del danno, ma l'auspicio che il parlamento italiano finalmente legiferi in materia, regolamentando il settore come si deve. Ora Genova, troppo tardi per costituire un'avanguardia, può tuttavia accodarsi alle altre città italiane - e parlo di Torino, Venezia, Savona, ma ce ne sono altre - esigendo a gran forza dal parlamento che faccia il proprio dovere discutendo le leggi in materia, così che la legislazione finalmente fornisca alle amministrazioni locali gli strumenti per meglio operare nella direzione della riduzione del danno. Speriamo vivamente che non prevalga ancora una volta, come così spesso in passato, la tattica del temporeggiamento. Ostinarsi a non prendere decisioni equivale a decidere di non decidere, e comporta non trascurabili responsabilità.

Roberto Quaglia


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Intervento di Renato Penco (L.N.I.P.)


"Signor Presidente, pochi Assessori presenti, mancanza del Sindaco, mi inducono ad una lieve riflessione.
Il problema è sicuramente di grandissimo interesse e di grandissima importanza, investe milioni di famiglie che sono alle prese con questo dramma, flagello, che è la droga.
Io credo che per quel che ci riguarda dobbiamo iniziare una seria riflessione. Andando a ritroso negli anni, addirittura alle ultime guerre che hanno evidenziato dal Vietnam, all'Afghanistan, alla ex Iugoslavia, alla Cecenia, come l'uso delle droghe alteri in maniera dannosa e incontrollabile il comportamento degli uomini.
Detto questo vorrei passare a quanto ho allegato nella mozione, ispirandomi cioè al cartello di Stoccolma, (faccio alcuni passaggi perchè mi sembrano significativi).
Ci rendiamo conto, che l'abuso delle droghe illegali èattualmente un problema molto serio in molte città Europee. Una recente indagine effettuata dal Parlamento Europeo, dimostra che ci sono milioni di tossicomani solamente all'interno della comunità Europea.
Le richieste di legalizzare le droghe illegali, dovrebbero essere viste sullo sfondo dei problemi attuali che hanno portato ad un sentimento di impotenza. Per molti l'unico modo di affrontare ciò, è cercare di controllare la situazione attuale.
La risposta comunque non è nel rendere piùaccessibili, meno care e socialmente accettabili le droghe nocive. I vari tentativi fatti hanno dimostrato che la soluzione giusta non è questa. Pensiamo che la legalizzazione della droga aumenterà a lungo termine i nostri problemi, legalizzandola significherà che le società e anche la nostra si èrassegnata ad accettare l'abuso di droga. I votanti e i firmatari di questa risoluzione, vogliono quindi indicare chiaramente la loro posizione, respingendo le proposte per la legalizzazione delle droghe leggere e dice "noi città Europee contro la droga desideriamo prenderci cura dei nostri abitanti, desideriamo creare delle città che siano sicure e altrettanto attraenti per viverci e lavorarci, abbiamo intrapreso questo lavoro contro la droga perchè ci teniamo agli individui alle famiglie ed alle collettività".
D'altronde l'articolo 31 e 32 della Costituzione èmolto chiaro noi contestiamo questa Costituzione ma questi due articoli credo che siano significativi.
L'articolo 31 dice che agevola la formazione delle famiglie con aiuti anche economici, non mi pare che venga fatto oggi questo; l'articolo 32 dice che lo Stato tutela e preserva la salute di tutti i cittadini, non mi pare che altrettanto si faccia con incisività.
Questa risoluzione di Stoccolma dice anche, di rafforzare il ruolo della famiglia per la lotta contro la droga, programmi di prevenzione nelle scuole, università e posti di lavoro, metodi di sviluppo il cui ruolo è quello dell'individuazione immediata ad adottare poi misure costruttive, riabilitare coloro che sono tossicomani da diverso tempo, ricerche a sostegno e valutazione.
Detto questo, se qualcuno si vuole suicidare con mezzi legali o illegali noi non faremo come l'ultimo dei fratelli Maccabei, ma ci guardiamo bene da legalizzare qualsiasi tipo di droga.
La nostra cultura, la cultura del popolo ligure, del popolo lombardo, piemontese, veneto ecc.. sono ben altre, sono le culture del lavoro, dei sacrifici che i nostri vecchi hanno fatto, noi come gruppo Lega Nord in quest'aula ci battiamo per quelle situazioni a favore del lavoro.
Purtroppo è un problema gravissimo, che sicuramente crea depressione in milioni di giovani in tutta Italia.
Quindi noi vorremmo un futuro migliore per noi e per i nostri figli e nipoti, un futuro fatto di lavoro e non certo di fumerie d'oppio o di iniezioni pericolose".

Renato Penco

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Intervento di Silvio Scaffardi (L.N.I.P.)


"Presidente, colleghi, il problema della tossicodipendenza, della droga o come suggerisce l'organizzazione mondiale della sanità del consumo delle sostanze che generano tossicomanie, è fra i più complessi, qualunque sia l'angolazione sotto cui lo si voglia studiare. Per i medici e gli psicologi per i politici e i sociologi, si tratta di una delle più gravi questioni che il mondo occidentale si trova oggi a fronteggiare.
Di fronte ad un così grave problema irrisolto, si sono aperti vari con scenari, con svariate proposte per il superamento dello stesso anche contrastanti tra di loro, come la liberazione dell'uso delle droghe, la quercizione secondo le modalità del contenimento temporaneo, del trattamento obbligatorio e della punizione del tossicodipendente, le azioni di contrasto.
La teoria della liberalizzazione in voga fino alla metà degli anni ottanta, si motivava identificando la causa della diffusione della droga nel profitto e nella conseguente trasformazione del consumatore, in spacciatore.
Per cui liberalizzando il mercato il profitto sarebbe venuto meno. Ma la liberalizzazione se impedisce lo sfruttamento economico del tossicodipendente, non abolisce ne riduce, il consumo di droga che continuerebbe legittimamente a diffondersi e a produrre i noti danni individuali e collettivi.
Questa teoria oggi ritirata in ballo nel nostro paese con un notevole ritardo, negli anni ha trovato sempre meno sostenitori, anche alla luce delle esperienze fatte per la progressiva presa di coscienza che non ci si poteva battere contro il fenomeno della tossicomania favorendone la diffusione di stato.
Oggi anche nel nostro Paese pare sia venuto di moda la così detta strategia di riduzione del danno, dopo la prima conferenza nazionale su stupefacenti e tossicodipendenza svoltosi a Palermo nel giugno del 1993.
Tale strategia a nostro giudizio, e non solo nostro, presenta aspetti certo positivi e pienamenti condivisibili, ma molti altri negativi e non condivisibili, come la legalizzazione delle droghe leggere o la prescrizione controllata di eroina.
E' certo un dato di fatto che tutte le droghe, anche le così dette droghe leggere sono sostanze psicotrope che per gli effetti piacevoli che producono, attirano il soggetto ad un assunzione ripetitiva, prima liberamente voluta e poi coatta, per cui egli dipende dalla droga.
La classificazione di droghe leggere come i derivati della cannabis indica, hascisc, marijuana e anche l'LSD che hanno minore effetto lesivo sull'organismo, è un condizionamento minore più lento, ma non vuol dire che non abbiano effetti percepibili e non comportino turbamenti nel soggetto.
Per chi assume per esempio marijuana vengono descritti effetti euforizzanti, come senso di leggerezza del corpo, eccitazioni, confusione verbale, subito dopo l'assunzione si constata ansia, paura, agitazione.
Poco dopo aver assunto la cannabis, il fumatore è piùanimato del solito parla a voce alta e ha crisi di riso senza motivo, segue poi un periodo di sonnolenza e di semiletargo in cui vengono smaltiti gli effetti.
Abbiamo varie situazioni gli occhi si arrossano, in alcuni casi si dilatano le pupille il battito cardiaco si accelera e si denota secchezza in bocca e nella gola, si alterano i sensi, per esempio vista, udito, odorato, tatto e gusto diventano più acuti, più forte è la dose più si intensificano gli effetti.
Poliedrico è l'atteggiamento del fumatore, uno si puòsentire rilassato un'altro diventa loquace un terzo disorientato un quarto può diventare come uno zombi, o come si suol dire "fatto o sballato".
Dosi forti possono provocare distorsioni dell'immagine, perdita d'identità, deliri ed allucinazioni. Pensate quanto ciò possa essere pericoloso per sè e per gli altri quando il soggetto si trovi alla guida di un'auto o a maneggiare macchinari sul luogo del lavoro.
Non voglio dilungarmi oltre nella descrizione dei danni psichici e fisici che possono derivare dall'uso delle così dette droghe leggere in quanto tutti possono facilmente documentarsi.
Per tanto effetti più leggeri, non vuol dire nessun effetto e droga leggera non significa droga buona ed innocua. Peraltro il passaggio alla droga più pesante è in gran parte avvenuto a partire da quelle leggere.
La teoria della liberalizzazione è contrastabile; è da respingere sia sul terreno delle previsioni, sia su quello dell'opinione pubblica, sia sul piano etico. Il traffico e la disponibilità della sostanza non sono le cause uniche dell'intossicazione e della tossicomania: c'è una sinergia tra offerta e richiesta; senza consumatori non ci sarebbero commercio e profitto.
Le esperienze di liberalizzazione più o meno totale sono state deludenti, sia in America, sia in Europa. Nei Paesi dove è stata applicata la liberalizzazione, anche in forma di legalizzazione, lo Stato si è venuto a trovare nell'assurda situazione di chi presiede allo smercio e al consumo e deve poi sostenere l'onere degli effetti e della disintossicazione; deve, cioè, giocare il ruolo di chi diffonde il male e poi deve procurare il rimedio.
Dicevo poc'anzi che la teoria della liberalizzazione non è accettabile, soprattutto sul piano etico. Essa, infatti, non mira ad abolire il consumo, ma ad impedire soltanto lo sfruttamento commerciale del drogato. La droga continuerebbe ad essere diffusa e, stanti le cause molteplici che ne suscitano il bisogno, continuerebbe a fare danni a buon mercato, specialmente nelle categorie dei ragazzi e degli adolescenti.
Il confronto che viene fatto con la liberalizzazione della vendita dell'alcool in America, che ha sconfitto all'inizio del secolo il contrabbando, è un paragone che non regge perché il grado di dipendenza e gli effetti distruttivi, sul piano del controllo della personalità, sono ben diversi. Comunque non si può combattere contro il male favorendone la diffusione.
Punto cruciale di queste nostre, seppur modeste, considerazioni etiche è la illiceità della droga a motivo della sua gravissima pericolosità individuale e sociale. Se questo è vero, come supponiamo si possa desumere da quanto detto, ogni atto di legalizzazione e liberalizzazione approvato vuol dire approvare e potenziare l'illecito".

Silvio Scaffardi

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Intervento di Claudio BASSO (P.P.I.)


"Il tema che affrontiamo oggi avremmo preferito poterlo affrontare in altro contesto che aiutasse meglio a mettere a fuoco le questioni che sono state proposte attraverso la presentazione delle mozioni. Io ho scelto di intervenire su questo tema, tra i molti modi possibili, secondo un taglio che parte dalle vicende che hanno portato in Parlamento alla presentazione di alcune proposto di legge e dalle vicende che hanno riguardato la reiterazione continua del D.L. riguardante l'intervento sulla droga.
Proprio questa annosa vicenda (il D.L., come si sa, data la sua prima versione dal gennaio '93 e siamo arrivati a venti reiterazioni) evidenzia che le questioni che sono inserite in questo decreto sono di particolare gravità e importanza. Oltre che definire le modalità di finanziamento ai soggetti pubblici e privati che operano in favore dei tossicodipendenti (sono circa 200 miliardi all'anno), viene indicata anche la finalità per così dire umanistica da perseguire attraverso questi finanziamenti. Questo fa sì che il fondo nazionale anti droga diventi lo strumento concreto e incisivo attraverso cui perseguire le politiche sulla droga in Italia. E' un dibattito che è in corso da anni intorno sostanzialmente a due opposte filosofie: liberare dalla droga o liberalizzare le droghe.
La prima conferenza nazionale sulla droga, che si ètenuta a Palermo nel giugno del '93, varò la politica di riduzione del danno, basandosi sul fatto che il tossicodipendente ha comportamenti ad alto rischio personale e sociale, esposto com'è al pericolo di contrarre e diffondere infezioni da H.I.V., epatiti. Le principali cause di questi rischi sono l'uso promiscuo di siringhe e i rapporti sessuali non coperti.
La riduzione del danno diventa allora un modo di intervenire dal punto di vista epidemiologico e sanitario con la fornitura di siringhe, di preservativi e altri presidi sanitari che aiutano in questo senso. Di fronte poi al rischio della morte per overdose, si ricorre a farmaci sostitutivi come il metadone o altri.
Non tutti i tossicodipendenti hanno però voglia di uscire da questa situazione di dipendenza e allora la riduzione del danno può generare una tacita inflazione dei rimedi usati, oppure, secondo una aberrante formulazione, essere considerata l'unica solidarietà possibile per consentire la sopravvivenza della persona tossicodipendente. E così invece di analizzare gli effetti dei farmaci sostitutivi e trovare vie alternative, ci si muove, con una sospetta faziosità dei mass - media, verso la legalizzazione delle droghe cosiddette "leggere".
Il vero rischio è quindi che la riduzione del danno, anziché rappresentare una parte del tutto residuale dell'intervento pubblico e privato sulla tossicodipendenza, diventi la politica della tossicodipendenza. Questo innescherebbe un meccanismo perverso che invece di portare le persone tossicodipendenti sulla strada di un abbandono della droga, li sosterrebbe nella loro dipendenza senza che sia garantito il risultato di preservarli dall'A.I.D.S. e dall'overdose. Infatti secondo le più moderne scuole di psicologia, sia quella analitica che quella relazionale, e di psichiatria, il rituale del passaggio di siringa o il rapporto sessuale non protetto non è completamente ascrivibile alla mancanza di presidi sanitari, ma a quelle problematiche strutturali della personalità che fanno da sfondo alle persone tossicodipendenti.
Non c'è dubbio che le cosiddette strategie di riduzione del danno occupano una parte rilevante del dibattito intorno alla tossicodipendenza, probabilmente perché dobbiamo ancora farci chiarezza sui contenuti. Persiste, infatti, una ambiguità in base alla quale per riduzione del danno si può intendere una gamma di interventi che vanno dal camper che si introduce nelle zone cosiddette a rischio, perlopiù munito di siringhe e di preservativi da distribuire, alla distribuzione controllata di sostanze stupefacenti presso strutture pubbliche, cosìcome viene previsto nella proposta di legge elaborata dal CORA.
Quale riduzione del danno quindi? Il discrimine non èindifferente perché da un lato si possono prospettare interventi comunque finalizzati al sostegno della persona tossicodipendente in vista della sua autodeterminazione a uscire da questa situazione di tossicodipendenza. Questa è, fino a prova contraria, l'ispirazione dell'attuale maggioranza di Governo. Leggo infatti alla tesi 78 del programma dell'Ulivo, che io fra gli altri ho sottoscritto: "Riduzione del danno significa sostenere chi vive in condizioni di marginalità per cercare di non consolidare quella condizione ma, all'opposto, per permetterne il superamento". Dall'altro lato, invece, si può intendere la riduzione del danno secondo un'altra prospettiva, aprendo la strada verso una visione antiproibizionista e libertaria che è il vero approdo ultimo di questa concezione, in base alla quale la promozione di politiche di riduzione del danno sarebbe soltanto una tappa verso l'obiettivo della liberalizzazione delle droghe.
E' una questione delicata, un punto di partenza di un dibattito che merita un approfondimento senza pregiudizi e senza retaggi ideologici. Nell'attuale formulazione del D.L. in base a queste considerazioni si prevede al finanziabilità anche di progetti volti ad attivare servizi sperimentali di prevenzione e di recupero sul territorio che siano finalizzati alla riduzione del danno con particolare riferimento ai centri di accoglienza a bassa soglia e alle unità di strada. Questi progetti di riduzione del danno non possono prevedere la somministrazione delle sostanze stupefacenti né di farmaci sostitutivi, ad eccezione del metadone.
Ma c'è bisogno di introdurre questa previsione specifica di riduzione del danno? Si vuole marcare una differenza tra progetti di riduzione del danno e progetti di prevenzione e recupero? L'acquisto di siringhe, preservativi ed altri presidi sanitari (previsti dai progetti di riduzione del danno) con i soldi del fondo nazionale anti droga non duplica o non sostituisce altre tipologie d'intervento più precisamente sanitario (vedi la normativa sull'A.I.D.S.)? La conseguenza non è forse quella di distogliere risorse dal fondo anti droga dalle originarie autentiche destinazioni, magari con la benedizione delle case farmaceutiche che spingono evidentemente in questa direzione? Omettere la previsione esplicita consentirebbe di fare ricorso agli interventi di riduzione del danno intendendoli come residuali e non esaustivi all'interno di strategie di prevenzione e di recupero.
Non ci sono segnali incoraggianti su questa prospettiva. Tra gli emendamenti presentati ve ne sono alcuni diretti ad ampliare e diffondere il ricorso alla riduzione del danno fino a sopprimere il divieto di somministrazione degli stupefacenti e questa mi sembra un po' la chiave di lettura che può portare poi a legittimare, secondo questa visione, una proposta di legalizzazione delle droghe.
Dicevo che l'appuntamento della seconda conferenza nazionale sulla droga, prevista nel prossimo febbraio, èun'occasione preziosa, un appuntamento che dovrà segnare un momento autenticamente aperto di confronto. Il consumo dell'hascisc e dei suoi derivati è una parte di quella cultura dello sballo che, oltre all'hascisc, comprende pericolosamente anche anfetamine, acidi, extasy, alcool. Per troppi giovani, ogni giorno più numerosi, le nuove droghe sono divenute lo strumento quasi normale per divertirsi, per essere brillanti, essere alla moda, per evadere dal quotidiano.
Si contrappongono i sostenitori del no con i sostenitori del sì. Provo a riassumere questa divisione delle forze in campo: chi è contrario ad ogni forma di legalizzazione afferma che si comincia sempre con il fumo, per passare poi alle droghe pesanti; afferma che legalizzare sarebbe un cedimento morale dello Stato, una dichiarazione di resa che provocherebbe un ridimensionamento anche degli interventi di controllo e di cura. Il consumo di hascisc aumenterebbe a dismisura perchéla legalizzazione verrebbe intesa come un'autorizzazione ad usare la sostanza e si aprirebbe la strada, probabilmente, verso ulteriori concessioni nei confronti di altre droghe. Viceversa chi è favorevole - lo abbiamo sentito anche poc'anzi - afferma che il mercato e il consumo illegale sono già in pratica legalizzati perché ogni giorno, ogni ora chiunque voglia comprarle trova queste sostanze. Dice che tra i giovani è diffusissimo, accessibile a tutti, anche ai minori ed è spesso un miscuglio incontrollato (qualcuno parla di schifezze). La legalizzazione toglierebbe armi alla malavita che prospera sul proibizionismo e separerebbe i luoghi di vendita dell'hascisc dal mercato delle droghe pesanti che oggi invece coincidono e convivono.
A chi giova dividersi in questa contrapposizione? La discussione sulle ragioni del sì e su quelle del no èdissennata se non si è d'accordo almeno su un primo punto: il consumo di hascisc fa male agli adolescenti e ai giovani e favorirne l'uso è criminale. E poi un secondo punto: prima di pensare alla legalizzazione, bisogna assumersi, ciascuno secondo la propria responsabilità, il grande compito educativo di lottare contro la cultura dello sballo. Ne parlava Galli Della Loggia in un editoriale sul "Corriere della Sera" di qualche giorno fa, mettendo in evidenza i limiti dell'attuale momento culturale che stiamo vivendo in Italia in particolare, ma più in generale nel nostro occidente, e sul fatto che sia necessario recuperare un'etica comune per dare le fondamenta al nostro vivere civile.
Per lotta a questa cultura dello sballo non intendiamo gli interventi di polizia o qualche altra espressione del più becero proibizionismo; gli interventi relativi all'ordine pubblico certamente sono necessari e sono giàprevisti dalle leggi vigenti che eventualmente vanno migliorate da questo punto di vista, sapendo bene dove si può andare a colpire. Intendiamo piuttosto azioni positive sulla famiglia, nella scuola, sul territorio, a favore della crescita dei nostri giovani. Chi oggi ostenta sicurezze su questo punto o è uno sciocco, o è un ingenuo, oppure è complice. Chi c'è dietro i frettolosi fautori della legalizzazione? Proprio in questi giorni abbiamo letto sulla stampa le vicende riguardanti Giorgio Soros, uno dei finanzieri d'assalto della finanza internazionale di cui si parla spesso sulla stampa come di un personaggio che incarna un certo modo di intendere le transazioni finanziarie nel nostro mondo; è il finanziere cui viene attribuita la speculazione sulla lira italiana e sulla sterline nel '93, con un guadagno stimato dell'ordine di alcune migliaia di miliardi. Ebbene, sappiamo che è uno dei principali finanziatori dei referendum che si sono svolti in Alabama e in California per la liberalizzazione, la vendita, il commercio delle droghe. Sappiamo che finanzia centri studi in Europa; precisamente uno nella città di Zurigo a cui gli antiproibizionisti italiani fanno riferimento. Pare che dietro a questa iniziativa vi siano obiettivi non propriamente edificanti che mirano a creare le condizioni per un riciclaggio del denaro che proviene da attività criminose in maniera più pulita, sapendo che questo mercato è un mercato in grandissima espansione che consente utili spropositati.
Allora le domande che ci dobbiamo porre sono altre. Ci dobbiamo domandare che cosa è più utile per i nostri giovani; che cosa è realisticamente possibile e urgente fare in queste condizioni. Il Sindaco (mi spiace che non sia presente oggi) prendendo lo spunto da una lettera apparsa sulla stampa cittadina in relazione alla catena di morti per overdose nella nostra città, ha ampliato il suo ragionamento sul tema più vasto del disagio giovanile. Non ci sono risposte certe, non giova dividersi e contrapporsi: bisogna dialogare di più, con grande attenzione e grande competenza, andando a chiedere agli operatori delle comunità, agli operatori dei servizi pubblici, qual èl'impatto che hanno di fronte a questi problemi e se è cosìvero che la strada della legalizzazione o quella della sperimentazione di somministrazione controllata, su cui esiste ormai una abbondante letteratura su esperimenti che sono stati fatti all'estero con risultati non propriamente positivi, è veramente la strada che risponde a questa esigenza.
Vorrei chiudere su un punto: quando si parla di questi temi e si allarga il discorso al problema più ampio del disagio giovanile, è strisciante una mentalità di questo nostro tempo che considera il disagio in generale, e il disagio giovanile in particolare, come inevitabile e pertanto si tratta di trovare le forme per legittimarlo, per renderlo trasparente, per rendere chiaro di fronte a tutti che c'è una fetta di popolazione che per determinate condizioni, per determinate situazioni, è destinata alla deriva; e quindi per questi si propongono dei ghetti; e quindi per questi si propongono dei recinti entro cui confinare, anche con una maggior sicurezza da parte di chi si ritiene in una situazione non a rischio, quelli che poi sono gli sbandati, i disperati, quelli che poi diventano i relitti di questa società.
Io credo che il compito della politica oggi sia quello di farsi carico di queste situazioni. Si dice che è compito della politica porsi il problema di come si vive e non porsi il problema del perché si vive, ma oggi la politica èin crisi perché il come si vive dipende dal perché si vive. Questa cultura che è definita dai sociologi "la cultura dello sballo" è in piena sintonia con questa incapacità di educare al sacrificio che è poi l'incapacità di assumersi delle responsabilità, l'incapacità di diventare protagonisti.
Credo che oggi compito della politica, in questo senso, il prosieguo di questo dibattito che mi auguro anche non confinato alle votazioni di questa sera, ma in grado di aprire un confronto più ampio sui temi delle politiche giovanili di questa città, sul fatto che questa Amministrazione e questo Consiglio si devono porre il problema, anche in relazione alla discussione del nuovo piano regolatore, di andare ad individuare anche gli spazi e le strutture entro cui offrire ai giovani occasioni di vita, occasioni di divertimento, occasioni per impiegare il loro tempo libero, questa politica - dicevo - deve ritornare in questo senso protagonista del Consiglio comunale e di questa città".

Claudio Basso

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Intervento di Umberto Testori (A.N.)


"Signor Presidente, assessore Rossetti, come i colleghi che mi hanno preceduto, mi spiace che non sia presente il Sindaco perché proprio a lui, secondo me, spettava l'ultima parola su questo dibattito. Mi spiace altresì che il dibattito sia stato quasi raffazzonato perché un problema di tanto interesse come questo avrebbe dovuto avere più tempo e soprattutto più possibilità da parte di tutti i rappresentanti del Consiglio comunale per poter intervenire.
Vi dirò che dei colleghi che mi hanno preceduto ho seguito in particolare il collega Quaglia perché essendo dall'altra parte, non diciamo della barricata, ma delle tesi, è quello che mi interessava maggiormente per vedere quali possibilità aveva di convincimento nei riguardi degli altri colleghi e in particolare mio personale. Ho seguito comunque anche gli interventi degli altri e vi dirò che in un caso del genere io ritengo che non tanto ci debba essere una anteposizione di gruppi politici o di mentalitàpolitiche, ma di uomini coscienti a sapere che stiamo attraversando un periodo nero della nostra storia nazionale e cittadina e soprattutto che stiamo affrontando un problema dei più difficili non tanto da discutere quanto da risolvere.
Il collega Quaglia, che io cercavo di ascoltare nel modo migliore per cercare di vedere se mi poteva convincere perlomeno in parte (e vi dirò che in parte c'è quasi riuscito), quando mi parla di malafede o incompetenza, su questo, come direbbe il Presidente della nostra Repubblica, io non ci sto perché ritengo in malafede di non esserlo nel modo più assoluto e quanto all'incompetenza, essendo un farmacista che purtroppo lavora in una certa zona, di non averne affatto; magari ne avessi! Quando il consigliere Quaglia mi parla di droga leggera e di droga pesante, io sono perfettamente d'accordo con lui che sono due cose nettamente diverse: di una si muore quasi subito e dell'altra, grazie a Dio, ci vuole un po' più di tempo. Che ci sia un commercio (parliamo di eroina in particolare) libero, su questo non sono d'accordo. Libero in pratica, questo forse sì, però in teoria no perché ci sono ancora delle leggi che dovrebbero essere severissime che purtroppo vengono tutelate fino ad un certo punto. Che sia florido su questo siamo perfettamente d'accordo. Io penso che nessuno, dai più alti industriali agli operai del più infimo ordine, abbiano delle competenze economiche tali.
Quando poi mi si parla di legalizzazione o di liberalizzazione, io non arrivo molto a capire la grossa differenza che esiste; liberare forse vuol dire dare "a go - go" e legalizzare invece darne un pochino ma non tutta? Certo, su questo c'è una certa differenza, ma non c'èdifferenza però perché la legalizzazione dice ai giovani: "Guarda che puoi farlo perché è legale", così come purtroppo noi da giovani siamo entrati a comprare il primo pacchetto di sigarette e poi siamo andati avanti. La speculazione purtroppo - lo sappiamo - è enorme e su questo, caro Quaglia e cari colleghi del Consiglio comunale di Genova io ho i miei forti dubbi che si possa fare qualche cosa perché la speculazione è talmente ad alto livello che comprerà tutti, farà di tutto in un modo o nell'altro per cercare di togliere i buoni propositi sia dei proibizionisti che degli antiproibizionisti.
Un'altra cosa che ritengo essenziale è quella delle droghe pesanti e delle droghe leggere. Ora, se è risaputo che dalla pesante ben difficilmente si torna alla leggera, invece mi sembra che sia assodato scientificamente che dalla leggera si arriva alla pesante. Secondo me il problema è quello dell'educazione che non solo le famiglie, ma tutti gli enti morali o non morali dell'opinione pubblica devono adottare. E' inutile andare avanti senza educare i giovani che certe cose, legali o non legali, abilitate o non abilitate, fanno male e sono dannose. D'altra parte già l'educazione la imparano in televisione: quando i nostri figli, anche giovanissimi, vengono con delle parolacce e tu cerchi di dargli due scappellotti per dirgli "queste frasi non si dicono", ti rispondono: "Ma se le hanno dette in televisione!" e questo sappiamo essere vero per cui, secondo il nostro punto di vista, l'educazione soprattutto è quella che deve servire per mettere in testa ai nostri giovani, che grazie a Dio non sono stupidi, che certe cose non si fanno non perché sono proibite, ma perché fanno male alla salute.
Diceva un collega che mi ha preceduto che nella Costituzione c'è l'articolo che parla della salute. Ora, non mi sembra tanto logico, se noi non tuteliamo una certa parte dei nostri giovani, fare un qualche cosa per tutelare la salute dei cittadini. Bisogna fare un qualche cosa in modo tale che si possa partire innanzitutto dalla riabilitazione; cioè il nostro problema non è tanto quello di cercare di legalizzare quelli che vogliono entrare in questo tunnel tremendo, quanto quello di fare qualcosa per cercare di portare fuori quelli che purtroppo, spesso e volentieri non per colpa loro, sono entrati in questo tunnel, per portare fuori loro e le loro famiglie da questo dramma enorme, per permettere che ci sia un domani un qualche cosa che possa dire ai nostri giovani: "Avete altre cose da dire, altre cose da fare". Come detto molto bene il collega Basso, i giovani probabilmente vano nel tunnel della droga perché non trovano altro, perché lo Stato non sa dar loro altro, perché non è capace a dare un qualche cosa perché questi giovani trovino degli altri sbocchi, delle altre possibilità e questo è vero; però il discorso andrebbe molto ma molto lontano perché non dipende più da noi singoli, non dipende più dal Consiglio comunale di Genova, dipende dallo Stato o chi per esso.
Per terminare, io ritengo che non ci sia una situazione particolare per salvare l'intera cosa legalizzando o liberalizzando le droghe leggere, anche perché poi dalle droghe leggere bisognerebbe passare alle pesanti e a questo punto sarebbe una tragedia completa".

Umberto Testori

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Intervento di Maria Grazia Gaggero (Verdi)


"Anch'io avrei gradito poter fare questa discussione in presenza del Sindaco, assente per malattia, anche perchéquesto dibattito avviene dopo che lui ha fatto un intervento molto bello ed autorevole in Consiglio comunale. Tornando alla discussione, mi sembrerebbe opportuno valutare il contesto in cui questa si svolge. Il numero di morti per overdose è in aumento, con un rapporto di uno a tre tra i decessi per droga e quelli per A.I.D.S.. E' un dato di fatto il fallimento della politica della repressione, mi sembra che questa sia una presa d'atto doverosa da parte di tutta la società. La vendita clandestina delle cosiddette "droghe leggere" pone di fatto i giovani in netto contatto con il mondo dello spaccio; anzi, spesse volte di fatto li rende spacciatori essi stessi. Questa fase, secondo l'idea di autorevoli esperti, è l'unico punto di rischio che si ha per il passaggio dalle droghe leggere a quelle pesanti, infatti i giovani, di fatto, imparano ad avvicinarsi al mondo dello spaccio proprio attraverso la vendita della canapa indiana e dell'hascisc.
C'è da denunciare anche un aumento nella circolazione di sostanze chimiche molto più pericolose rispetto alle altre droghe. Recentemente c'è stata una lettera molto bella, apparsa sulla stampa, il cui autore è Don Gallo, in cui si dice che i giovani sono dei consumatori particolari che subiscono e consumano le mode; mi sembra che questo sia un dato di fatto che deve farci riflettere e deve portarci ad individuare due strategie da perseguire parallelamente e non in contrapposizione: riconoscere la fondatezza di una strategia della riduzione del danno e la legalizzazione delle droghe leggere allo scopo di separare il circuito del mercato illegale delle droghe pesanti da quello delle sostanze che sono state definite "non droghe".
Legalizzazione non significa liberalizzazione, ma commercio sotto controllo delle droghe leggere, tant'è vero che le proposte di legge che giacciono in Parlamento identificano l'età minima alla quale possono essere vendute le droghe leggere: non potrebbero essere vendute a ragazzi di età inferiore ai sedici anni e stabiliscono le sanzioni per coloro che contravvengono a queste disposizioni.
Occorrerebbe superare la cultura dell'intolleranza, guardare il tossicodipendente come colui che ha bisogno di aiuto e non come un delinquente e individuare tutte le strade possibili per rendere la qualità della vita dei tossicodipendenti il più accettabile e il più vivibile possibile ed aiutarli, se lo desiderano, ad uscire dalla spirale della droga. Occorre smitizzare il vergognoso concetto, espresso anche poc'anzi in quest'aula, che chi si buca non ha voglia di lavorare, come se il mondo del lavoro fosse un miraggio solamente per i cosiddetti normali.
Questo dibattito ha luogo mentre gli amministratori delle grandi città italiane si interrogano sul superamento delle politiche proibizioniste. Il tema della legalizzazione dei derivati della canapa indiana è stato oggetto di discussione all'interno della sesta conferenza internazionale sulla riduzione del danno che si è svolta a Firenze dal 26 al 30 marzo '95. Una riflessione analoga èstata all'esame dell'assemblea nazionale del forum droghe, sulla base anche delle iniziative assunte in questi anni in ordine alle politiche di riduzione del danno.
Non pochi passi in avanti sono stati fatti attraverso il dibattito nella società italiana e negli ordinamenti dell'opinione pubblica nel corso degli anni '90. Con il successo, nel '93, del referendum abrogativo delle norme penali della legge 162, la battaglia antipunizionista ha ottenuto, allo stato, il suo risultato più elevato, senza tuttavia che il Parlamento abbia saputo esprimere soluzioni legislative adeguate a quel voto. Il risultato del referendum, che ha parzialmente modificato la legge 162 in materia di droghe, ha dimostrato che la scelta repressiva ispiratrice di quel testo è stata largamente bocciata dai cittadini del nostro Paese. L'impostazione proibizionista e punizionista deve lasciare il campo a un visione piùpragmatica dei problemi collegati al consumo degli stupefacenti.
La stessa conferenza nazionale sulle droghe svoltasi a Palermo nel giugno del '93 ha lanciato dei segnali precisi di ridimensionamento dello scontro ideologico sulla questione, privilegiando un approccio di riduzione del danno. Il dibattito culturale, nel nostro Paese e in tutto il mondo, ha visto già da alcuni anni affacciarsi sempre più marcatamente le ipotesi di riduzione del danno in materia di droghe e di A.I.D.S. come strategia utile. Questi problemi sono gestibili e governabili attraverso l'intervento della mano pubblica; infatti è doveroso porsi il problema della salute dei cittadini consumatori di stupefacenti attraverso strategie preventive e riduttive del danno che questo consumo comporta.
Le proposte di legge che sono state presentate in questi anni dai parlamentari che fanno parte del forum droghe, affrontano cinque questioni: il superamento del regime sanzionatorio nei confronti del consumo di droghe, la prevenzione del disagio per i soggetti maggiormente esposti al consumo di droghe, la sperimentazione limitata e controllata della somministrazione delle sostanze stupefacenti, la riforma delle strutture operanti in materia di tossicodipendenza. Una quinta prioritàindividuata dal forum è quella che prevede la legalizzazione delle droghe leggere allo scopo di separare il circuito del mercato delle droghe pesanti da quello delle sostanze che sono definite "non droghe".
Questo progetto si muove all'interno di un quadro piùgenerale volto a una maggiore regolamentazione della commercializzazione delle sostanze alcooliche e dei psicofarmaci per prevenire gli abusi del consumo e dare una limitazione precisa al mercato clandestino. Infatti, come dicevo prima, le politiche di limitazione del danno non devono limitarsi ad intervenire sugli effetti del consumo delle droghe pesanti, ma contribuire anche a spezzare proprio quel circuito, quella catena che lega l'utilizzo delle cosiddette droghe leggere al mondo dello spaccio clandestino e quindi degli spacciatori".

Maria Grazia Gaggero

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Intervento di Enrico Serra (Gr. San Giorgio)


"Abbiamo dibattuto diverse volte, anche in quest'aula, il problema della droga in rapporto a richieste di ordini del giorno, in rapporto anche ad atti di criminalità, in rapporto a tanti principi. Come medico non farei molta fatica a fare qui un'esposizione di tipo epidemiologico, clinico o tossicologico perché la documentazione èvastissima e sarebbe motivo già sufficiente per condizionare il pensiero, anzi per informare i colleghi di quanto sia pericoloso l'uso appunto delle droghe. E penso che questi sarebbero gli argomenti da portare soprattutto a livello di prevenzione nelle scuole e nell'informazione, che sono l'unico strumento.
Ma vorrei fare un'altra considerazione, una considerazione che potrebbe sembrare molto semplicistica, ma potrebbe anche essere un apporto in più alle relazioni che hanno già fatto i miei colleghi che sono abbastanza esaustive. Al collega del gruppo Lista Pannella volevo anche ricordare che forse non era stato molto corretto citare il nome di un farmaco, forse sarebbe stato meglio citare magari semplicemente l'espressione "psicofarmaci" o una formula chimica, non un nome commerciale (speriamo non riceva qualche querela); comunque capisco la sua buona fede, anche se ritengo che abbia sbagliato. Così come non può confondere "penalizzare la morte" con legalizzare ogni strumento di suicidio, specialmente quando questo strumento è gratificante per l'individuo, quindi sono due problemi ben diversi.
Ma da una considerazione così di politica semplice, ma forse facilmente comprensibile, vorrei passare ad una riflessione un po' diversa: il fenomeno della droga non ècausale. Che tipo di società abbiamo creato? Il fenomeno della droga non nasce come un evento isolato o come un "albo lapillo" (anzi, forse "niger lapillo"), ma deve essere inserito nel contesto dei costumi, della cultura, di un momento storico della società. Faccio un esempio di cui ho parlato un po' nelle scuole e forse è per questo che può sembrare un po' riduttiva questa faccenda: nella storia il problema di chi detiene il potere politico, economico, militare, è sempre stato quello di perseguire il fine di controllare i cittadini, i sudditi, le masse e di sfruttarle. Un tempo dell'uomo si utilizzava quasi esclusivamente la forza muscolare, la forza lavoro e si applicavano mezzi coercitivi come le catene, i posti coatti di lavoro e così via. oggi, con la diffusione della cultura, con la scuola dell'obbligo, le macchine che sostituiscono la forza dell'uomo, non è forse che si stia sviluppando un diverso mezzo di condizionamento dell'uomo, invece che sui muscoli sul cervello? Allora chi vuole il potere applica le catene, i vincoli alla mente dell'uomo.
Infatti, in un excursus così molto semplice, elementare, si è cominciato con la manipolazione dell'informazione, la diffusione dell'informazione manipolata, per esempio con la pubblicità gratificante che lusinga e crea falsi bisogni, l'edonismo, il consumismo, che creano a loro volta nuove insoddisfazioni, nuove infelicità, se non si raggiunge quello status symbol o il possesso di quegli oggetti cosìbene illustrati. La stessa tecnica, gli stessi mezzi d'informazione di massa praticano il condizionamento politico, ideologico, si creano situazioni, di fatto, di falsa democrazia o di democrazia limitata.
Oggi in quest'aula, quindi, ci occupiamo di un livello più avanzato di condizionamento rispetto a tutti quelli che abbiamo esposto così brevemente, dello strumento più potente e pericoloso che crea quasi sempre irreversibilità alle menomazioni che produce; ci occupiamo di un'arma chimica micidiale che ha un'azione diretta, volontaria, di autolesionismo. Le droghe libere, leggere o pesanti che siano, creano una società di "zombies" che definitivamente o quasi irreversibilmente perdono il diritto al bene più prezioso che l'uomo ha in una societàveramente aperta e libera per chi è capace, abile e conserva la lucidità della ragione critica, la capacità di un intendere e di un volere e non soggetta invece alla dipendenza chimica, all'obnubilazione per una non realtàonirica o indotta.
L'uomo con la liberazione delle droghe e la diffusione inevitabile di queste, maggiore di quella di oggi, perderebbe il diritto al libero arbitrio, al pensiero e all'etica individuale; si favorirebbe chi vuole controllare la società e l'uomo a creare nuovi schiavi e per sempre. Occorre intensificare la prevenzione; viviamo in un periodo di diffusione della cultura, della scuola dell'obbligo e a livello appunto delle scuole, delle famiglie, occorre far capire la realtà del rischio che questa società pone.
La presa di coscienza del rischio è la cosa piùimportante. Occorre applicare pene esemplari a chi sfrutta la droga e intensificare ed estendere soprattutto l'azione delle comunità, anche se manca ancora una relazione scientifica, un progetto di studi per valutazioni con carattere veramente scientifico dei risultati, delle metodologie e soprattutto dei protocolli terapeutici di agire e quando dico terapeutici non intendo farmacologici, ma intendo questa parola nel più ampio senso, logicamente anche psicologico e di condizionamento. Ma sappiamo che la scienza non investe solo la matematica, la fisica e la chimica; la scienza investe anche le problematiche del sociale, quindi il sociale è anche una scienza, di conseguenza intendevo parlare di protocolli che devono investire tutti gli aspetti della società, perché, ovviamente non si parla di una terapia di organo.
L'organo superiore che è il cervello investe la gamma di tutte le attività umane, quindi il problema va affrontato a 360 gradi su tutto quello che rappresenta la professionalità dell'uomo anche nell'ambito della sua società. Solo con questo mezzo si potrà veramente risolvere questo problema, che certamente non nasce per caso ma è indotto da chi vuol detenere il potere sia economico che politico."

Enrico Serra

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Intervento di Mario Tullo (P.D.S.)


"Signor Presidente, consiglieri, noi affrontiamo questo tema presentato da alcune mozioni, di cui la prima èdel Gruppo Antiproibizionista, cercando di limitare il mio intervento a queste considerazioni, senza fare una discussione generale sulla questione della tossicodipendenza che ci dovrebbe vedere coinvolti in una discussione più ampia.
Noi affrontiamo questo tema con un grande rispetto per quello che è un dramma di questa società moderna, un dramma innanzitutto per i tossicodipendenti e per le loro famiglie, un dramma che ancora recentemente ha visto nella nostra città un aumento delle vittime dell'eroina, un dramma che ha degli aspetti di carattere sanitario, un dramma che ha una dimensione sociale.
Esiste inoltre un problema della politica, cioè come i partiti si confrontano su questo tema. Oggi sembra essere di moda una sorta di dibattito tra le posizioni proibizioniste e quelle antiproibizioniste. Ebbene, se questo dibattito è viziato da una parte e dell'altra da argomentazioni di carattere ideologico, non mi appassiona, non appassiona il P.D.S. e non appassiona quelle forze politiche che vogliono affrontare seriamente il problema della tossicodipendenza e dell'uso della droga.
Ritengo - e in quest'aula abbiamo dato una pessima immagine alle persone che sono venute qua ad ascoltare -che non si affronta la questione della tossicodipendenza e della droga sulla base di chi urla più forte. Purtroppo le urla, le nostre urla, non fermano la droga e non fermano la domanda di droga. E questa gara a chi urla più forte contro la droga non ci appassiona.
Immagino che contro la droga ci siamo tutti, infatti vorrei trovare una persona che afferma di essere a favore. Il problema, oggi, non è chi urla più forte contro la droga o le droghe, ma è quello di mettere seriamente in discussione tra noi quelle che dovrebbero essere le strategie e gli strumenti migliori e più efficaci per contrastare la droga.
Il problema non è abbassare la guardia dal punto di vista culturale, il problema è capire che ad oggi le politiche, le leggi che si sono applicate nel nostro Paese non hanno portato ai risultati che auspicavamo. C'è stata una prima legge significativa, la n. 685, che è rimasta in gran parte inapplicata nel nostro Paese, ma ad un certo punto si è cercato di sterzare, di tendere a punire il reato di consumo di droga per tentare di frenare questo fenomeno. E purtroppo io ero tra quelli che si sono battuti contro questa legge, infatti avrei voluto che avessero ragione gli altri e che magicamente non ci fossero piùstati morti per eroina e ci fossero meno ragazzi che iniziassero a drogarsi sia con le droghe leggere che con quelle pesanti.
Non c'è stato, invece, un calo, anzi alcuni studiosi ci dicono che c'è stato anche un aumento, ma io non voglio neanche in questo caso strumentalizzare i dati e i numeri. Mi ricordo che Bettino Craxi, quando era Presidente del Consiglio, in un messaggio augurale di fine anno citòquesto elemento dei minori morti per droga come un elemento positivo di quel Governo. Magari fosse stato così! Sarebbe una delle poche cose che avrei condiviso di Craxi. Il problema è che questo fenomeno non si può misurare solo sulle morti e sul numero delle vittime, ma sulle potenziali vittime e i potenziali consumatori di droghe, sia leggere che pesanti.
Ora, io credo che il nostro problema sia quello di urlare meno e cercare soprattutto di fare qualcosa. Ebbene, visto che prima ci sono state delle persone che sono venute qua per cercare di spiegare le loro ragioni, voglio spiegare cosa facciamo noi, ogni tanto, quando discutiamo di droga? Noi in quest'aula votiamo, ad esempio, dei documenti per aprire i SERT cioè i servizi che, come prevedono le leggi, devono aiutare i tossicodipendenti. Altri Gruppi votano contro questi servizi. Infatti non vanno bene perché sono vicini alle scuole e perché possono dare fastidio ai commercianti. Queste persone che dicono così sono le stesse che oggi, magari, vi hanno dato ragione.
Noi votiamo, altresì, le delibere che assegnano i fondi alle comunità per i tossicodipendenti e per il loro recupero, mentre quelle persone che vi hanno dato ragione spesso votano contro. Quindi il problema è quello di vedere cosa si può fare nella realtà attuale. Noi abbiamo un gran numero di tossicodipendenti nella nostra città e nel nostro Paese, consumatori di droghe pesanti quali l'eroina e la cocaina; abbiamo un gran numero di giovani che hanno contatti con le droghe leggere. Anche qua le stime parlano di oltre il 70% di adolescenti che hanno comunque almeno una volta provato a fumare hascisc e a consumare droghe leggere.
Vi sono poi altri tipi di droghe di cui non si èparlato, ossia le droghe povere. Ci sono giovani, nelle nostre periferie, che sniffano colle, benzina, insomma le porcherie più incredibili che è difficile proibire. E' un bel problema dire che non vendiamo più benzina perché anche con la benzina si possono provare emozioni forti! Vi sono poi le nuove droghe come l'extasy che sta sostituendo il mercato dell'eroina; ormai l'eroina è un elemento residuale soprattutto per i più vecchi consumatori di droghe e questo anche perché i giovani sono intimoriti dal pericolo dell'A.I.D.S.. Non è vero che non mette paura l'A.I.D.S., magari la siringa ti fa paura, però la necessità e la voglia di uscire di testa c'è e allora si ricorre all'extasy, che tra l'altro non è una droga leggera ma pesantissima e sono drammatici gli effetti che questa provoca al cervello di una persona. Tra l'altro occorre evidenziare le difficoltà degli operatori ad affrontare queste nuove droghe.
Ora, il problema che noi ci poniamo e vi poniamo è il seguente: rispetto, ad esempio, alle droghe leggere arreca più danno uno spinello o lasciare un adolescente a contatto con uno spacciatore? Perché ad oggi l'unico posto dove un adolescente può andare a comprare la droga è uno spacciatore di droga e questo spacciatore oggi ti vende l'hascisc, domani ti può vendere l'extasy e dopodomani la cocaina o l'eroina: è solo lui il fornitore.
Ebbene, noi non vogliamo che ci sia nel nostro Paese nessun cedimento culturale e credo che da questo punto di vista deve essere inesorabile il monito ad una giusta e consapevole educazione alla salute da parte dei più giovani in tutte le sue sfere e cioè contro le droghe e contro quelle già normalizzate quali il tabacco e l'alcool. E vorrei andare oltre, perché a volte le ansie che noi abbiamo sono anche ansie di genitori rispetto alla preoccupazione per i propri figli. Testori parlava prima della TV; ebbene, anche quest'ultima può diventare uno strumento pericoloso per i più giovani.
Cito un esempio banalissimo che riguarda mio figlio, un bimbo di tre anni, che da un paio di giorni mi tormenta dicendo che vuole fare come Gargoy, personaggio dei fumetti che vola, e a Carnevale volerà come lui. Io francamente mi preoccupo perché ho letto che da qualche parte qualche bambino si è buttato giù da qualche finestra, però non penso che potrò proibirgli la televisione o potrò fare una battaglia contro di essa. Il mio problema è quello di far capire a mio figlio che se si butta giù dalla scala di casa si fa male.
Ora, tutto ciò rispetto alle droghe leggere e a quelle pesanti cioè a tutte quelle condizioni che portano l'uomo al suo annientamento e alla rinuncia della sua autodeterminazione vedrà il nostro partito sempre in prima linea, senza cedimento culturale alcuno. Il nostro problema è non chiudere gli occhi dinnanzi alla realtà. Noi non possiamo non partire dalla realtà che è quella di una generazione che ricerca anche nella droga quello che non riesce a trovare nella quotidianità, la ricerca della sensazione forte, il fatto che il sabato sera bisogna fare il pieno per tutta la settimana.
Che sia questa una estremizzazione della propria esistenza in discoteca senza magari ricorrere alle droghe o sia, appunto, la ricerca anche di droghe che non sono quelle solitamente classificate dalla nostra medicina o l'andare allo stadio in una determinata maniera? Si tratta di un bisogno generazionale che rivela una generazione fragile che vive in maniera problematica. Non dobbiamo mai dimenticare mai questa condizione di base.
Spesso i SERT ci fanno discutere e ci fanno arrabbiare, ma non discutiamo mai dei 5.000 giovani che nel nostro paese tentano il suicidio ogni anno. Questi non si drogano, ma decidono ad un certo punto che è ora di staccare la spina e cercano di "togliere il disturbo". Mi ricordo che, circa un paio di anni fa, nella nostra cittàsi era suicidato un ragazzino e la motivazione era la disperazione per aver avuto un brutto voto a scuola; l'insegnante coinvolta aveva detto che sicuramente non si era ucciso per il brutto voto, ma questo era stata solo la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.
Ecco, noi dobbiamo sapere che abbiamo tanti vasi che sono ai limiti. Questo è un dato che dobbiamo avere presente quando parliamo dei giovani, e non solo per quanto riguarda la droga, infatti ci sono altre forme di devianze che dovrebbero vederci appassionatamente insieme e non vederci urlare in nome e in difesa, magari, di qualcuno che è presente e purtroppo vive la questione drammaticamente sulla propria pelle.
Esiste, dunque, una generazione che è esclusa in qualche maniera da questa società e dobbiamo fare di tutto per riportarla appieno al suo interno. E allora vediamo quello che si può fare. Noi abbiamo presentato un ordine del giorno ed una serie di emendamenti alla mozione degli antiproibizionisti, ma quello che vogliamo col nostro ordine del giorno è innanzitutto ripartire da quello che già oggi si può e si deve fare per legge ossia potenziare tutte quelle normative previste dal nostro Parlamento per quanto riguarda, ad esempio, i SERT.
Inoltre vogliamo una forte politica di riduzione del danno e tra l'altro il Comune è fortemente impegnato in questo senso e felicemente l'Amministrazione locale si èschierata a fianco della U.S.L. per risolvere anche alcuni problemi logistici come l'apertura dei SERT e del centro di distribuzione del metadone, che finalmente ha smesso di essere in quel posto angusto che era la sala d'attesa del pronto soccorso di Sampierdarena. Inoltre sostiene con energia il progetto "Fenice" su una forte politica di riduzione del danno e quindi crediamo che sia necessario andare oltre e che si opportuno che il Parlamento discuta seriamente di tutte le proposte di legge che sono state avanzate, tra cui vi è quella di fare uscire comunque dal circuito penale i consumatori di droghe leggere.
Oggi non è così e si rischia anche per l'hascisc di andare in galera e credo che in luoghi simili non ci sia molto da imparare, infatti, considerata la situazione attuale delle carceri in Italia, si può dire che non se ne esce certo migliorati. Crediamo, inoltre, seriamente che vada affrontata la possibilità, non solo nella nostra cittàma in più città e possibilmente in tutto lo Stato, di somministrare ad un certo numero di pazienti ossia ad un numero ristretto di pazienti, in maniera sperimentale, anche l'eroina o altri oppiacei. Questo non come ultima spiaggia, per un cedimento ad un uso diffuso di droga, ma come risposta tecnica ad un problema che abbiamo.
Bisogna ampliare le possibilità esistenti di cura e di trattamento al metadone che danno un certo tipo di risultati e bisogna prendere atto fino in fondo che c'è la possibilità di andare oltre e quindi con tutti i tecnici e gli scienziati disponibili trovare le forme perché sia possibile anche una somministrazione controllata dell'eroina. Questo per dare dignità anche a chi convive con questo dramma e per dare un elemento di sicurezza a tutti.
Io credo che l'A.I.D.S. abbia fortemente cambiato l'approccio con questa tematica, generando una sorta di paura per il diffondersi di questo virus che non è legato solo ad alcune categorie di persone, in quanto tutti noi ci auguriamo che i nostri figli non abbiano mai a che fare con l'eroina ma speriamo altresì che abbiano anche una normale vita sessuale. Quindi sappiamo benissimo che ci possono essere dei rischi in questo senso e allora convivere con formule nuove rappresenta anche un'occasione per dare dignità ad una persona che non riesce ad uscire da quel dramma e per dare rassicurazione e sicurezza a tutti quanti perché, appunto, nessuno è immune non solo dalla droga ma anche da quello che la droga può comportare.
Io credo - e concludo - che i partiti dovrebbero avere la capacità di ascoltare chi da tempo è impegnato seriamente su questo terreno e cioè sia gli operatori pubblici che quelli privati. Fondamentale è stato anche il ruolo che hanno avuto le associazioni delle famiglie nella nostra città per trovare convergenze nell'affrontare questo tema e abbiamo rispetto anche per esse, ma noi crediamo, appunto, senza nessuna deriva antiproibizionista dal punto di vista ideologico-culturale, che provare e sperimentare strade nuove sia giusto ed anche necessario."

Mario Tullo

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Intervento di Franco BAMPI (Polo Nord)


"Premetto che il partito a cui appartengo, Forza Italia, sul tema della legalizzazione della droga lascia libertà di coscienza e quindi parlerò a titolo personale, facendo alcune considerazioni personali su questo problema che è molto complicato. In effetti ritengo che vi siano ragioni da entrambe le parti e le ragioni da entrambe le parti si possono anche riassumere e vedere. Ebbene, la ragione che spinge gli antiproibizionisti a fare la loro proposta è quella di scoraggiare sotto il profilo economico coloro che della droga fanno mercato e quindi, nel tentativo di togliere questo incentivo economico, quella di scoraggiare lo spaccio ed evitare che chi necessita di droga debba ricorrere ad atti di microcriminalità e criminalità per procurarsi il denaro necessario per il proprio uso e consumo di queste sostanze.
In questo senso vedo l'aspetto positivo della tutela di quelli che sono poi i destinatari di questi atti di microcriminalità che solitamente costituiscono la parte debole della società ossia gli anziani, le donne e cosìvia. Quindi in questo senso credo che abbiano ragione gli antiproibizionisti quando dicono che bisogna tutelare anche questa parte della società. Diversa è la posizione di chi èproibizionista, perché questi vede comunque la tutela di chi non ha ancora avuto accesso al mercato della droga e può essere scoraggiato dal fatto che questo mercato ha un costo e che, una volta entrati in questo mercato, il costo e la necessità di avere continuamente denaro per foraggiarsi e per potere quindi acquisire la droga possa essere un disincentivo a cominciare.
Oggi, effettivamente, cominciare rappresenta un altro problema complicato perché mentre agli inizi del fenomeno si poteva pensare che ci fosse ignoranza in merito credo che ogni ignoranza non ce ne sia più, infatti sono noti ormai sia i danni che possono provocare le sostanze stupefacenti, sia il fatto che iniziare ad assumere queste sostanze, anche se queste sono classificate come droghe leggere, poi induce per vari motivi ad assumere anche droghe pesanti. Quindi chi invoca il proibizionismo vede una forma di tutela di quella parte che ugualmente debole èperché può essere la parte dei giovani che potrebbero avere, quindi, maggiore difficoltà ad accedere a queste sostanze e pertanto una maggiore tutela.
Devo dire, in verità, che è difficile in questi due aspetti dare torto agli uni e agli altri, perchéparadossalmente siamo proprio in una situazione conflittuale in cui esistono due diverse opinioni egualmente valide, egualmente interessanti ed egualmente richiedenti una tutela a livello sociale di alcune parti della nostra società.
Io ritengo che, in realtà, sia poco importante, se non proprio per una valenza politica e quindi per interessi politici che possono avere le varie parti, porci il problema se a Genova deve esserci proibizionismo o antiproibizionismo. Purtroppo credo che il problema vada affrontato a livello globale. Il vero problema che ci troviamo di fronte è il problema di paesi consumatori che si trovano in contrasto con paesi produttori.
Ci sono paesi che basano fortemente la loro economia sulla produzione di droga, anche se non consumano perché in generale ci sono forti divieti al consumo. Il problema è se i paesi consumatori sono in grado di assumere una posizione nei confronti dei paesi produttori. Io credo che andrebbe bene qualunque posizione purché fosse assunta da tutti; va bene una posizione proibizionista, allora la posizione proibizionista deve arrivare al punto di distruggere -perché si sa dove sono collocati - i campi di produzione di droga. Inoltre, dal momento che abbiamo già sperimentato che posizioni antiproibizioniste limitate hanno fallito, è opportuno evitare la creazione di zone in cui è consentito il consumo della droga.
Quindi il vero problema è questo, però, per contro, noi ci scontriamo con un'altra lobbi fortissima ed emergente che è quella che fa capo ai SERT attraverso la distribuzione del metadone. Io vorrei sapere quale sia il giro di affari che sta dietro al metadone. Personalmente non lo conosco, ma sono convinto che quella della distribuzione del metadone sia una terza posizione e ho anche sentito che persino il metadone può creare - non so se in maniera temporanea o permanente - danni.
Ci sono alcuni farmacologi di rilievo, anche a Genova, che sostengono che il metadone non va distribuito in quanto è dannoso. E' anche vero che i SERT sono nuove strutture che si aggiungono ed in un momento di crisi occupazionale qualunque nuova struttura può avere una sua significatività. Noi andiamo a toccare un problema estremamente complicato dove gli interessi sono rilevantissimi e diffusi. Io mi auguro che non solo la città di Genova, la città di Torino o quella di Stoccolma ma tutti i paesi consumatori siano capaci di prendere una posizione unitaria definitiva. A questo punto credo che una delle due soluzioni potrebbe avere l'esito di sconfiggere definitivamente il mercato della droga, perché questo è il vero problema.
Vorrei fare ancora una nota sulla questione del proibizionismo, perché se uno fosse davvero rigorosamente proibizionista - e qui non mi pare di avere sentito posizioni in questo senso - dovrebbe anche reclamare la responsabilità penale del consumatore, dopodiché la pena può essere una contravvenzione e quindi con le depenalizzazioni un'ammenda pecuniaria. Quindi abbiamo effettivamente posizioni estremamente diversificate, ciascuna delle quali tocca nella sua parte un punto di tutela di parti deboli della società e credo che comunque siano non risolventi. Pertanto mi asterrò sulle mozioni, lasciando prendere a chi ha più certezze di me delle posizioni in questo Consiglio Comunale."

Franco Bampi

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Intervento di Lucia Deleo (P.D.R.C.)


"Siamo nuovamente, a distanza di circa due anni, a discutere su tematiche legate alla tossicodipendenza con la presentazione di mozioni. Per fortuna il clima si è calmato perché così com'era partito non era possibile discutere serenamente. Ebbene, circa un mese fa, dopo un lungo silenzio sull'argomento, improvvisamente il Sindaco èritornato a parlarne. Quel giorno nessuno di noi consiglieri prese la parola e questo certamente non perchénessuno di noi aveva niente da dire o perché di questo non si voglia parlare, infatti come Gruppo abbiamo sempre affrontato e continueremo a farlo le mille questioni sociali che si presentano nel quotidiano, questioni che portano in generale pochi voti, tanto è vero che i bambini non votano e spesso neanche coloro che vivono in situazioni di disagio. Ma, ahimé, lo ricordo sempre, la vita della maggior parte delle persone è costituita essenzialmente da questi atti e da questi problemi.
Anche oggi, ultimo giorno di seduta consiliare prima di Natale, affrontiamo una questione come si è visto non facile, una questione spinosa, che, però, come giustamente osservano i colleghi Popolari, non può essere confinata solo in un'ottica sanitaria. Ma è anche vero che occorre domandarsi ora, prima che sia troppo tardi, se le politiche fino ad oggi seguite nell'affrontare questa questione abbiano sortito effetti positivi.
Un dato che ho consultato in questi giorni (stamattina c'è stato un seminario sul disagio giovanile) mi faceva riflettere: presso i minori il 60% di condanne è inerente proprio a reati per droga, mentre tutti gli altri reati, in genere, non danno luogo a procedere. Purtroppo, per motivi di lavoro, questa mattina non ho potuto essere presente a questo seminario e quindi non ho potuto capire se su questa cosa ci si è soffermati.
Quindi ciò che andiamo ad indagare stasera avrebbe potuto probabilmente essere già discusso quando lo propose la prima volta l'allora consigliere Pezzuto. Ora, non saremo certo noi a prendere le sue difese, in quanto molto ci divideva e ancora ci divide dalla sua concezione della politica, della vita, del lavoro e della dimensione sociale, ma credo che, se si fossero accettate allora le sue proposte, che in fondo richiedevano un approfondimento collettivo che andasse oltre al nostro Comune per verificare la possibilità di tentare strade diverse da quelle esclusivamente repressive, in questo momento avremmo già compiuto passi avanti almeno nella direzione dell'indagine e avremmo cominciato a porre le basi per programmare nuove modalità d'intervento con la città, cioècon chi da molto tempo si occupa di tossicodipendenze sia nell'associazionismo e nel privato sociale, sia nel servizio pubblico, sia con tutti coloro che subiscono direttamente o indirettamente il problema, cioè con quella società civile della quale spesso ci riempiamo la bocca ma che, invece, sta velocemente scivolando nella barbarie e nella guerra intestina.
Per educazione non sono una nonviolenta, né tra coloro che non userebbero mai l'arma della repressione, anche se non mi piace, ma è la ragione a farmi dire che fino ad ora la repressione nel campo delle tossicodipendenze ha solo aggravato il problema e forse ha reso più affascinante l'uso di alcuni metodi di alterazione delle coscienze, in particolare agli occhi delle persone giovani.
Ho volutamente usato il termine di metodo per alterare la coscienza perché di questo si tratta. Le conseguenze fisiche dei diversi metodi e le loro differenze sono state ampiamente sottolineate anche dagli altri gruppi e penso che siano ormai note a tutti. Noi abbiamo, invece, due ordini di problemi da affrontare. Uno, che è quello su cui ci si è maggiormente soffermati, è modificare la situazione attuale evitando che degeneri, quindi adottare politiche di riduzione del danno che, però, non significano sanitarizzare il problema ma mettere in campo ipotesi complesse di intervento su settori diversi, compreso quello sanitario e quello legislativo, per chi ora vive immerso nel problema, senza con questo rinunciare alla possibilitàdi recupero. Il consigliere Basso ricordava la tesi n. 78dell'Ulivo. Io ricordo che l'art. 3 della Costituzione parla di rimozione delle cause del disagio e quindi va ben al di là.
L'altro punto, però, è quello di evitare ovviamente che la situazione attuale si ingigantisca ulteriormente nel futuro e pertanto quello di attuare vere politiche preventive. Ma l'una e l'altra questione si intersecano tra loro. Finché la nostra società continuerà a richiedere ad ogni individuo di rispondere a determinati cliché, pena la sua messa al bando, i metodi di alterazione delle coscienze, si chiamino alcool, tabacco e caffè, per citare quelli riconosciuti nella nostra cultura, o cannabis e derivati oppure oppiacei, oppure più subdolamente psicofarmaci che la pubblicità televisiva e persino radiofonica ci stimola ad utilizzare per dare il meglio di noi, saranno sempre ricercati.
Ma il problema non è solo essere coscienti che si sta utilizzando un alteratore della coscienza, che sarebbe giàun passo avanti perché quello successivo è chiedersi il perché e quello collettivo è vedere insieme che fare per evitare la paura di guardare in faccia la realtà rendendola migliore. Sappiamo che interventi in questa direzione ce ne sarebbero da fare a iosa. Il Sindaco citava per la nostra città, che gode, come ricordavano tutti, di un ben triste primato, la necessità di cominciare a risolvere il problema occupazionale, ma aggiungerei anche quello aggregativo cioèla carenza di spazi sociali, la incapacità di trovare percorsi comuni, di progettare assieme, di immaginare la società sociale e, dopo anni di continuo depauperamento anche culturale di quartieri che erano già poveri, l'inconsistenza agli occhi di una città sempre più anziana delle esigenze dei pochi giovani rimasti, la loro impossibilità di esistere, la difficoltà che incontra la formazione di una città dei bambini, nonostante la nostra adesione alla carta delle città educative.
Purtroppo da questo passo collettivo siamo distanti, perché, invece, in questi anni i solchi, le divisioni e le guerre tra poveri sono aumentate, ma il problema è anche quello che occorre fare i conti con un mercato che sul proibizionismo ha costruito un impero e che dall'attuazione di politiche non repressive ricaverebbe solo un danno. So che molte comunità terapeutiche - ma comunque anche i gruppi consiliari hanno dimostrato in Consiglio che ci sono grosse differenze - hanno preso posizione contro la legalizzazione delle droghe leggere e l'uso terapeutico di oppiacei.
Nella mozione dei Popolari ma anche in quella della Lista Pannella si propongono ipotesi di percorso che non portano immediatamente ad assumere provvedimenti che diventano subito operativi, oggi come due anni fa. Condividiamo le proposte avanzate dalla Lista Pannella, così come condivisi a suo tempo, l'unica volta che mi trovai d'accordo con il consigliere Pezzuto, la mozione da lui presentata, anche se condivido la necessità di non banalizzare, né semplificare aprioristicamente il problema come propongono i Popolari. Pure credo che, affinché i messaggi in riferimento alle droghe leggere non siano -come ci ricordava il consigliere Basso - un incentivo alla "cultura dello sballo" tra i giovani, occorra prima di tutto chiarire che i metodi endogeni per alterare le coscienze sono molti, che sono molti quelli che tutti noi quotidianamente usiamo e che maturità significa anche sapere e poter scegliere se vogliamo alterare la coscienza, come e perché.
Diversamente ingigantire le conseguenze indotte da un metodo piuttosto di un altro - perché, ad esempio, l'alcool è nella nostra cultura e la cannabis no - potrebbe anche indurre una persona giovane ad attribuire a quella sostanza ruoli e proprietà che in realtà non possiede. La dipendenza psicologica da persone o sostanze non necessariamente nocive si sviluppa facilmente soprattutto in persone giovani e in una città come la nostra che non offre loro molte possibilità di sperimentare e di provare a costruire il futuro.
Forse, oggi, il Consiglio Comunale si trova in condizioni diverse da due anni fa. Ad un anno dalle elezioni, però, approvare la mozione Quaglia non procurerebbe e non procurerà probabilmente grandi problemi a questa maggioranza. Non so se di qui a meno di un anno saremo riusciti almeno a cominciare il percorso. Rimane l'amarezza di prendere posizione solo alla fine del ciclo amministrativo, mentre è passata senza colpo ferire la destrutturazione di servizi che già operavano in questo campo. Mi riferisco, per quanto riguarda il Comune all'U.T.T., che è rimasto come progettazione ma senza piùgli stessi punti di riferimento ufficiali. Mi riferisco al fatto di avere accettato senza fare molta resistenza che i SERT fossero ridotti a cinque piuttosto che a nove come erano in origine i servizi di salute mentale insieme ai SERT.
Giustamente, oggi, il P.D.S. denuncia la situazione in cui si trovano i SERT e noi condividiamo questa denuncia. E anzi si è utilizzata la protesta anti-SERT, così come la protesta anti-nomadi, come scusa per non parlarne più, con una città diventata intollerante perché la riduzione delle risorse e dell'attenzione si è concentrata là dove risorse e attenzione erano già scarse. Gridare poi alla prevaricazione del servizio pubblico su privato sociale e terzo settore diventa sterile, se si pensa che il ruolo di coordinamento per una programmazione comune, che auspico come si auspicano i Popolari, dovrebbe essere svolta proprio da quei servizi ai quali non sono stati modificati i connotati ma che sono addirittura scomparsi con semplice atto dirigenziale. Ciò non significa che tali atti siano illegittimi, ma, visto che perfino l'A.M.G.A. e la SocietàAutostrade si scusano con i cittadini e li avvisano di un possibile peggioramento del servizio per lavori in corso, anche l'Amministrazione Comunale avrebbe dovuto perlomeno fare lo stesso.
Se attivare il percorso di distrettualizzazione dei servizi sociali, che preferirei socio-sanitari, non solo èdovuto per legge ma è anche auspicabile, sarebbe stato necessario un reale coinvolgimento della città a partire dalle assemblee elettive e un'attenzione diversa al governo della fase di transizione. Invece il coinvolgimento del Consiglio Comunale, richiesto da un ordine del giorno nel gennaio di quest'anno, è stato molto sofferto. Ricordo che le commissioni consiliari di audizione si sono svolte tra fine maggio e inizio giugno, con modalità che hanno impedito che la città potesse chiederci cosa stava succedendo e potesse incidere sul processo.
Se a ciò aggiungiamo che il Comune distrettualizza tipologie di intervento che la U.S.L. non è intenzionata a distrettualizzare come, appunto, il SERT, il quadro diventa ancora più complesso e schizofrenico. Io stessa, all'inizio di quest'anno, auguravo all'Assessore Rossetti e mi auguravo una capacità di gestione e organizzazione da parte dell'Amministrazione Comunale proprio nella fase di transizione. Ebbene, non mi sembra di poter dire che questo sia avvenuto, né che la città ne sia stata adeguatamente informata; forse siamo ancora in tempo per l'una e l'altra cosa, ma le risposte che ricevo costantemente dagli uffici dell'assessorato mi confermano che la distrettualizzazione dei servizi sociali procede, indipendentemente dalla programmazione delle assemblee elettive e del loro ruolo di indirizzo e di controllo. Ma, mentre questa città si spegne ogni giorno che passa, mi ostino a credere che la speranza sia l'ultima a morire."

Lucia Deleo


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Intervento di Sergio Rossetti (Assessore alla Promozione Sociale)


"Il fenomeno di cui si è così ampiamente dibattuto è sicuramente un fenomeno estremamente complesso e che erroneamente all'interno del paese rischia di focalizzarsi solo su di uno scontro che vede tra le parti contendenti chi immagina un percorso di liberalizzazione e legalizzazione dell'uso delle sostanze leggere e pesanti e chi, invece, difende un assetto oggi evidentemente normativo non solo all'interno del nostro paese di tipo proibizionista.
La prima doverosa riflessione è quella che questa èuna semplificazione molto politica e molto ideologica che riduce la possibilità tecnica, giuridica e normativa di affrontare il problema così come invece si presenta ossia estremamente articolato, complesso, dentro cui operano variabili assolutamente diverse, quali le variabili di intervento sanitario e di politica sanitaria, le variabili di politica preventiva e di educazione come la scuola e tutte le agenzie educative, le variabili dei servizi sociali e dell'intervento della promozione della qualità: qualcuno citava il lavoro come causa-effetto del disagio e della difficoltà dei nostri cittadini. Non posso non citare allora e non approfondire alcuni di questi aspetti per evitare di entrare subito nel grosso dilemma "proibizionismo o meno", "sperimentazione o meno".
E veniamo agli aspetti normativi. E' decaduto il decreto 309, il testo unico sulle tossicodipendenze, e giacciono diverse proposte di legge che non sono affrontate anche perché l'acuirsi di questa difficoltà e di questa banalizzazione "depenalizzare o penalizzare", "punire o educare", come se fossero solo possibilità di antitesi giuridica ed applicativa, fanno sì, però, che gli strumenti normativi del paese siano strumenti assolutamente deboli. Chi chiede oggi l'immediata discussione delle leggi e quindi una posizione e una linea normativa precisa sul tema credo che faccia un'operazione assolutamente legittima all'interno di un paese che evidentemente rimuove o preferisce evitare di affrontare il problema in modo serio e in modo definito da parte del legislatore.
Non posso non denunciare che il fondo nazionale per le tossicodipendenze del '9