Teoria dell'UtilitÓ Sociale (Caro Maurizio Costanzo Show... lettera n.22)
lettera n.22

Considerare gli avvenimenti realisticamente, in termini di cause multiple, è difficile ed emotivamente non giova. Com'è più facile, invece, com'è più piacevole far risalire ciascun effetto ad una causa singola e, se possibile, personale. All'illusione di capire, si aggiungerà in questo caso, il piacere del culto dell'eroe, se le circostanze sono favorevoli, e l'eguale, se non maggiore piacere, quando sono sfavorevoli, di perseguitare un capro espiatorio.

ALDOUS HUXLEY









































TEORIA DELL'UTILITA' SOCIALE

Caro Maurizio Costanzo Show,

approfitterò della tua esistenza, della tua attenzione, della mia esistenza, della mia attenzione e di questa mia lettera per sviluppare i fondamenti della mia "TEORIA DELL'UTILITA' SOCIALE". Non so se sia granché come teoria, anche perché è più che altro qualcosa che m'è venuto in mente ultimamente per sopperire all'orrendo vuoto concettuale in me da sempre esistente, poiché ho sempre rifiutato i preconcetti precotti sul funzionamento dell'essere umano ed affini che sono oggigiorno così di moda in tutti i cervelli.
Premetto che quando parlo di "utilità" e di "sociale" non mi riferisco assolutamente a qualcosa tipo valori che debbano essere positivi o negativi o tutti e due. Intenderò sempre le parole "utilità" e "sociale" per il loro asettico significato tecnico, privo di quelle accezioni coinvolgenti un giudizio con le quali usualmente viene trasfigurato il loro puro significato. E' questo il primo preconcetto che dobbiamo abolire, se vogliamo capirci qualcosa dell'essere umano. Che qualcosa sia utile non significa che sia buona o giusta. Significa che è utile in senso funzionale e basta.
Ciò premesso, passiamo al dunque e dintorni.
Non è certo una mia invenzione che l'essere umano sia un'animale sociale, ossia che abbia bisogno di intessere relazioni sociali. Ciò che io sostengo è che l'essere umano sia esclusivamente un'animale sociale, ovvero che non possa esistere se non in funzione di qualcuno o qualcosa esterni a sé. Tutti i nostri più comuni giudizi sugli esseri umani, buono, cattivo, egoista, altruista, ecc., sono categorie sbagliate, fondate sull'erroneo preconcetto che l'individuo umano possa essere più o meno "socialmente utile". Le differenze esistono, tra individui ed individui, ma ripulendo ogni comportamento di qualsiasi individuo da tutte le sovrastrutture simboliche con le quali siamo abituati a rivestirlo, ci ritroviamo in mano sempre lo stesso minimo denominatore multiplo: l'utilità sociale.
Non esistono individui socialmente inutili. Quando qualcuno è socialmente inutile muore. (Ciò non significa che chiunque muoia sia socialmente inutile). Ma... cos'è l'utilità sociale?
Dobbiamo innanzitutto abbattere il preconcetto che sia utile socialmente chi giovi a tutta la società o a quella parte della società che ci piace di più. Finché ci ostiniamo a descrivere la realtà come vorremmo che la realtà fosse, mai ci avvicineremo alla realtà.
E' socialmente utile chiunque soddisfi una qualsiasi altrui esigenza. Non necessariamente un'esigenza che abbia il nostro consenso. Può trattarsi di un'esigenza nella quale ci identifichiamo facilmente (aiutare qualcuno a sopravvivere), oppure un'esigenza lontana dal nostro modo di vedere le cose (aiutare qualcuno ad uccidere qualcun altro). Essere utili socialmente significa soltanto questo.
E' difficile abbandonare il preconcetto che l'utilità sociale sia necessariamente qualcosa di "buono". Consideriamo, per nostra natura e retaggio culturale, socialmente utile la crocerossina che cura un infermo, ma non il trafficante di droga o il dittatore sanguinario. Ed è a causa di questo preconcetto che non riusciamo a capire perché qualcuno possa fare il trafficante di droga o l'assassino. A questo punto bisogna solo decidersi se si vuole capire come funziona l'essere umano e la sua società o se si vuole invece continuare a crogiolarsi nella miserrima illusione di avere capito che ci sono i buoni e i cattivi e che noi, naturalmente, facciamo sempre parte dei buoni. Se si vuole capire, bisogna momentaneamente accantonare i propri dogmi, ovvero quelle "quote" di Verità Rivelata solidamente arroccate nella nostra mente, dighe insormontabili contro le quali vanno ad arrestarsi quei mille flussi e rivoli che sono le nostre conoscenze che crescono, si trasformano, votate a confluire in un sapere dinamico e tumultuoso, se non fosse appunto per quelle stupide dighe, solidi argini contro ogni ulteriore comprensione.
Non esiste essere umano utile solo a se stesso. Né esiste essere umano utile a tutti gli altri. Il cosiddetto libero arbitrio e certamente le circostanze conducono gli individui a "scegliere" i referenti ai quali essere utili nella propria vita. Ma la scelta è raramente, se non addirittura mai, una scelta realmente tale, una scelta meditata e consapevole. E', più di ciò, l'esercizio di un istinto innato, quell'istinto che fa dell'essere umano un animale sociale. L'istinto sociale umano conduce l'individuo a cercare altri ai quali essere utile, al livello più consono alle proprie specificità. Durante l'infanzia, si è utili ai genitori in quanto figli, e si è utili agli altri bambini in quanto compagni di giochi. Giunti all'età adulta, entrambe le funzioni perdono d'adeguatezza. Il cosiddetto "inserimento nella società" è un momento delicato proprio perché fortissima è l'esigenza di passare dalle antiche funzioni ai nuovi ruoli di utilità. Ci si cala a precipizio nel ruolo d'utilità più idoneo alle proprie caratteristiche tra quelli resi disponibili dalle circostanze. C'è chi riesce a diventare avvocato, chi è felice di diventare operaio, chi non trova di meglio che arruolarsi in un esercito mercenario, chi intraprende la carriera di tossicomane. Alcune di queste attività a noi piacciono, altre no. Chi le intraprende le sceglie, preferendo l'una alle altre, o suicidandosi se non intravede o riesca ad immaginarsi ed a crearsi ruoli che percepisca consoni alle proprie specificità. Qualsiasi sia la strada intrapresa, essa è di utilità a qualcun altro. Se così non fosse, l'individuo morirebbe in breve di fame o di altro.
Abbandoniamo, lo ripeto ancora, il preconcetto che sia d'utilità sociale ciò che sia utile alla maggioranza della popolazione. E' falso. E' un assunto ipocrita utile solo a farci sentire buoni. Al mondo ci sono 5 miliardi di persone. Applicando rigorosamente il nostro caro preconcetto, può essere considerato di utilità sociale solo ciò che miri al bene di più di 2,5 miliardi di persone. Quindi, anche nell'ambito del nostro preconcetto, le contraddizioni sono insormontabili. Il fatto vero è che è di utilità sociale qualsiasi cosa venga fatta in funzione di qualcun altro, sia questo altro un gruppo sociale, un nucleo familiare, un singolo individuo od un animale.
Adolf Hitler indubbiamente non era utile agli ebrei che faceva sterminare, ma lo era alla popolazione che gli aveva dato tutto il suo potere. Similmente, durante la guerra del golfo George Bush non era utile agli irakeni che faceva seppellire vivi nelle trincee da carri armati adibiti a trattori, ma lo era alle popolazioni occidentali, noi compresi, che continuiamo a volere bruciare nelle nostre automobili il petrolio arabo pagandolo meno, molto meno di quello che costa l'acqua minerale. Il dittatore che scatena una guerra non è utile a tutti quelli che muoiono, ma lo è ai vincitori che sopravvivono. Il tossicomane non è utile alle vittime che deruba, ma lo è allo spacciatore, ed anche all'industria delle autoradio. L'assassino non è utile alla sua vittima, ma lo è al mandante. Il mafioso non è utile al commerciante che taglieggia, ma lo è al politico al quale procura i voti, il politico corrotto non è utile a coloro che l'hanno eletto, ma lo è al corruttore. Galileo Galilei non era utile ai suoi contemporanei che l'hanno perseguitato, ma lo era ai discendenti che l'hanno saputo comprendere. Il piccolo delinquente non è utile ai suoi derubati, ma lo è ai propri familiari che con i soldi rubati mantiene, o alle sue donne che può così riempire di regali o semplicemente alla banca dove ricicla il maltolto. L'editore non è utile alle foreste che vengono sterminate per fornirgli la carta, ma lo è ai suoi lettori. L'animalista non è utile agli esseri umani che commerciano in animali morti, ma lo è agli animali che cerca di salvare. Il vegetariano non è utile ai vegetali, di cui è costretto a far strage per nutrirsi, ma lo è agli animali, che non vengono ammazzati per lui. Il trafficante internazionale di droga non è utile alle famiglie rovinate dai figli drogati, ma lo è agli spacciatori che vendono al dettaglio ed alle banche svizzere, che riciclano i suoi soldi illegali. Ed infine anche l'eremita, che non è utile a nessun umano, poiché vive in isolamento, lo è al cane o all'altro immancabile animale che "gli tiene compagnia".
La società umana è una intricatissima giungla di nessi di reciproca utilità. Chiamiamo egoista chi semplicemente non ha intenzione di essere utile a noi o a chi noi vorremmo che egli si rendesse utile. Certamente anch'egli è utile a qualcuno. Il ricco avido tirchio che non molla una lira a nessuno per tutta la vita, da noi tipicamente inquadrato come la quintessenza dell'egoista" (ovvero "di chi è utile soltanto a se stesso"), è invece utile alle banche che utilizzano il suo denaro, nonché agli eredi. Lo chiamiamo egoista semplicemente perché noi non siamo le banche né gli eredi, né ci identifichiamo con essi.
Ciò non significa che sia moralmente uguale aiutare un infermo o trafficare eroina, e chiunque pensasse che io lo pensi sarebbe un deficiente. Ma il trafficante di eroina la pensa proprio così, altrimenti non farebbe quello che fa, e se vogliamo capire perché lo fa dobbiamo comprendere cosa ne pensa lui, non cosa ne pensiamo noi. Ebbene, lui vede un mercato, quello dell'eroina, e pensa che qualcuno rifornirà quel mercato, se non lo farà lui. E se non c'è il mercato, lui vede i produttori, che hanno bisogno di un mercato, e se qualche luogo si presta a diventare un mercato, lo diventerà certamente, sia che sia lui ad occuparsene, sia che sia un'altro. A noi può non piacere questo suo modo di ragionare, ma è il suo modo di ragionare, e dobbiamo capirlo se vogliamo comprendere i fenomeni ad esso correlati. Capirlo, lo ripeto, è cosa diversa dal giustificarlo.
Ogni tendenza umana genera misteriosamente una tendenza opposta. Prendete un'opinione qualunque, urlatela al mondo, ed esso si dividerà in persone che la condividono e persone che la contrastano. Questo vale per qualsiasi opinione. Urlate che i cigni sono belli, e molti obietteranno che hanno il collo troppo lungo. Manifestate amore per i gatti, e molti diranno che li odiano, insultate i cani, i serpenti, gli scorpioni, e qualcuno si ergerà a loro difesa, cantate il vostro amore per Dio, e qualcuno lo bestemmierà, bestemmiatelo e molti lo ameranno di più, esaltate l'amore ed altri lo ripudieranno per l'odio, chiedete la pace ed altri chiederanno la guerra, affermate che quanto io abbia sinora scritto è sterco purissimo, ed altri lo prenderanno a Vangelo.
Il mito dell'altruismo e il mito dell'egoismo vanno quindi aboliti. Si assuma ognuno la lucida responsabilità di decidere autonomamente quali funzioni di utilità a vantaggio di chi egli o ella voglia e possa rivestire nella propria vita. E rispetti coloro che hanno fatto scelte diverse. Il mondo potrebbe così diventare un luogo un po' più vivibile.
E soprattutto, la scelta di vita che ognuno che minimamente pensi deve quindi fare, è se preferire la conoscenza pur amara del più plausibile dei nessi tra le cose (in pratica la realtà), e quindi tale conoscenza e relativa saggezza onestamente perseguire, oppure preferire sterilmente gingillarsi per tutta la vita con le ripetitive e confortanti celebrazioni del proprio immoto e sempre giusto e fittiziamente superiore punto di vista. Scusate la frase complicata, ma mi è venuta di getto. Se non v'è piaciuta dimenticatela in fretta.
E per finire in bellezza, scusatemi se non sono alberoni, ma anche lui si scusi di non essere me o quantomeno si scusi di non aver spiegato esaurientemente e con parole sue quanto invece è toccato a me pensare, a me che oltre che non essere un sociologo patentato, come egli invece tutti considerano che sia, non guadagno neanche un sacco di soldi ad avere questi pensieri che non mi competono, mentre lui, al quale competono, invece i bei soldi li guadagna senza averli (i succitati pensieri).

Roberto Quaglia


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